In fuga col padre, la mamma: “Non è una marachella”

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Riceviamo e pubblichiamo una lettera della madre del figlio sottratto dal babbo lo scorso 6 agosto (clicca qui per leggere l’intera vicenda e il dispositivo del giudice).

La lettera della mamma:

“Mi rincresce enormemente leggere come viene definito quanto accaduto il 6 agosto: marachella, scherzetto, vacanza, gesto simbolico per rivendicare il rapporto di un padre/vittima di un sistema col proprio figlio.

Mi rincresce rendermi conto che innumerevoli persone stanno condividendo a spada tratta, prendono posizione netta, lasciando commenti anche molto pesanti sul mio conto circa l’iniziativa posta in essere da mio marito, senza conoscere minimamente la situazione delicata e complessa; senza conoscere me; senza conoscere i motivi che mi hanno portata ad interrompere la convivenza con mio marito; senza conoscere le sofferenze e le difficoltà che una famiglia intera ha dovuto affrontare (e non solo un padre).

La situazione della mia famiglia viene adesso cavalcata come il simbolo dei padri separati, ma bisognerebbe comprendere che ogni situazione è un caso a sé. I molteplici professionisti (psicologi; consulenti d’ufficio; avvocati; autorità giudiziarie civili e penali, forze dell’ordine) che sono intervenuti nel tempo per seguire la nostra vicenda (da qualche anno ad oggi), sono il chiaro segno che non c’è soltanto un padre vittima o eroe che salva il proprio figlio dalle grinfie di una madre, la storia è ben diversa, è più complicata, è più difficile da risolvere.

Personalmente ho vissuto quanto successo il 6 agosto, con profonda disperazione, sofferenza ed apprensione, le stesse emozioni che avrebbe provato qualsiasi genitore (padre o madre che sia), che affida il proprio figlio ad un incontro protetto ed improvvisamente viene avvisato che il proprio marito, chiudendo in casa gli operatori sociali, ha portato via il bambino ed è in fuga con l’auto: perché questo è successo. La si può chiamare vacanza, scherzetto, marachella (forse per minimizzare l’episodio), ma questo è successo.

Voglio comunque precisare alcuni aspetti, che ritengo opportuno portare a conoscenza dell’opinione pubblica, soprattutto di coloro che senza conoscere fatti e persone e basandosi solo sulla “versione” dei fatti esposta da mio marito, stanno combattendo con tanto entusiasmo la sua battaglia.

Successivamente alla interruzione della nostra convivenza (circa un anno e mezzo fa), furono stabilite, dal Tribunale dei minori, modalità di visita”protette” tra mio marito e nostro figlio, in seguito a gesti eclatanti da lui compiuti; gesti che per risolversi videro più volte il coinvolgimento delle Forze dell’Ordine. Con il passare dei mesi, l’Autorità giudiziaria stabilì incontri liberi durati fino al mese di luglio di quest’anno. Il recente provvedimento del Tribunale ordinario civile, del 31 Luglio (con cui sono stati ripristinati gli incontri protetti) è giunto a conclusione di una seconda consulenza tecnica disposta dall’autorità giudiziaria, che secondo quanto riferito da mio marito, si sarebbe basata soltanto su mie dichiarazioni. L’esclusività delle mie dichiarazioni, è derivata dal fatto che mio marito ha in totale autonomia deciso di non partecipare alla consulenza che avrebbe dovuto valutare le nostre capacità genitoriali, non sottoponendosi quindi alla stessa come invece sia io che nostro figlio abbiamo fatto. L’esito della consulenza ha inoltre valutato anche altri recenti  episodi che hanno visto coinvolti padre e figlio.

Leggo inoltre  che mio marito e nostro figlio, durante i loro incontri, avevano l’ansia da orologio, per le limitazioni temporali “imposte”, tanto che talvolta la cena doveva essere consumata in auto. Fino alla fine del mese di luglio, in cui gli incontri erano del tutto liberi, mio marito frequentava nostro figlio, come disposto dal Tribunale, due  pomeriggi dalle ore  14.00 alle ore 20.30 ed un’intera giornata il sabato fino alle 22.00  o la domenica fino alle 21.00.

Per concludere, ho sempre cercato di collaborare con mio marito e con tutti gli esperti  e le autorità che si sono occupati di noi  per trovare, pur all’interno di una separazione, le soluzioni migliori per il benessere di nostro figlio. In risposta alla mia disponibilità ho sempre ricevuto da lui attacchi agguerriti di ogni genere e su tutti i fronti, e mi stupisce la richiesta di mio marito apparsa sulla stampa qualche giorno fa, di un incontro distensivo, di un gesto di pace da parte mia, nell’interesse del nostro bambino.

Non è tramite belle parole ad effetto lanciate come proclami sui giornali o sui social network, che si risolve questa situazione, quando alla prima occasione in cui ci incontriamo continua ad offendermi, anche alla presenza del bambino. La mia disponibilità è sempre esistita e continuerà ad esserci, ma non posso permettermi di non prendere una dura posizione  dinanzi a gravi iniziative di mio marito, il quale continua a rivolgermi pubblicamente accuse false ed infamanti, gravemente lesive della mia dignità e di quella della mia famiglia , e dunque gravemente lesive  anche del minore.

Spetta a lui, al di là di raccogliere eserciti di seguaci poco informati sui fatti, tenere atteggiamenti e comportamenti  concreti  da genitore responsabile.

Colgo questa occasione per precisare che le frasi che mi sono state attribuite su alcuni quotidiani locali on line, il cui contenuto era che volevo mio figlio tutto per me, non sono mai state pronunciate né pensate da me e neppure  dal mio legale”.

12.08.2015
Signora Katia Sireci

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