Sport e divertimento protagonisti assoluti nella 4° edizione del decathlon a squadre

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di Gabriele Pritoni

Quarta edizione del Decathlon a squadre: questa non me la perdo. Così, nel caldo pomeriggio di sabato, eccomi qui in mezzo a altri 90 “atleti” al Renato Martelli. Le virgolette sono d’obbligo: accanto agli atleti veri, le cui gesta racconto tutte le settimane su queste pagine, ci sono quelli che hanno appeso le scarpette al chiodo da anni e quelli completamente improvvisati come il sottoscritto. Un po’ per scelta, un po’ per sorte, all’interno della mia squadra le mie gare sono i 100m, il lancio del peso e la staffetta 4×100, un extra inserito dagli organizzatori.

Dopo aver visto i discoboli, che frequentemente hanno suonato con l’attrezzo i pali della gabbia a evidenziare la difficoltà del lancio, penso ai 100m. Sono solo una corsa, mi dico, ma mi affido comunque ai consigli di Marco Landi. Il razzo bianco verde mi spiega che devo riscaldarmi per ben quarantacinque minuti e mi aspetta dopo la prima corsetta e lo stretching – su cui stendo un velo pietoso – per fare le andature. Alla parola “skip”, che non sentivo dalla quinta liceo, frugo nella memoria e cerco di tirare su le ginocchia nel modo più dignitoso possibile ma il largo sorriso di Marco quando mi volto indietro mi fa capire che forse qualcosa non va. Va anche peggio con il “doppio appoggio” e la “circolare”, altra parola che risveglia ricordi liceali. Non va bene come metto i piedi, non vanno bene le ginocchia, non va bene il ritmo… Altro che “solo una corsa”: dalla partenza alla falcata, dalla posizione della schiena al movimento delle gambe, la tecnica è fondamentale. Nell’allungo vado “benino”, mi dice corricchiando accanto a me che sto sputando l’anima e sono a tutta, ed è pure soddisfatto quando chiudo al secondo posto in 12.7, che per un debuttante di 39 anni suonati e con scarpe di gomma mi dice non essere malaccio.

Sorrido, ringrazio il paziente e disponibile allenatore, raccolgo la lingua dal tartan e mi dirigo al salto in lungo dove lo stesso Landi è in gara con Alessandro Bacci, l’altro velocista di punta bianco verde. La rincorsa non è un problema per nessuno dei due ma lo stacco, il volo e l’atterraggio raccolgono stavolta i sorrisi di Ilaria Cariello, saltatrice vera, che distribuisce critiche divertite. Chi è particolarmente sotto esame però è coach Favoriti che si trova a saltare, accessoriato con cavigliere e ginocchiere, sotto gli occhi attenti dei propri atleti.

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In lontananza vedo una batteria dei 110h in cui si cimenta Andrea Lemmi. Come gli altri atleti veri non può gareggiare nella propria specialità e, lui che ha superato l’asticella dell’alto a 2,16 due settimane fa – tanto per dire –  davanti agli ostacoli da 80cm sembra un trampoliere che salti un tappo di sughero. Sorridono tutti, lui per primo (e primo lo è davvero perché la batteria se la aggiudica con facilità). Sempre nei 110h, femminili, è notevole la leggiadria della mezzofondista Sharon Guerrazzi, che accarezza la pista con le scarpette, al contrario della Cariello che non lesina la grinta – come sempre – e chiude anche con un tempo interessante.

Non posso fare ancora da spettatore, però, è tempo per me di andare a lanciare il peso. Mi dirigo verso la pedana e raccolgo da terra l’attrezzo non senza fatica, cercando di appoggiarlo in qualche maniera sotto la mandibola come ho visto in tv. Mentre cerco qualcuno che mi possa insegnare e penso come sia possibile che un esemplare della mia specie lo abbia gettato a 20m di distanza sento che i giudici ridacchiano; gentilmente, con un po’ di imbarazzo, mi chiedono di consegnare il peso che ho in mano alle donne e di prendere piuttosto il mio… Si tratta praticamente di un cocomero concentrato in una boccia di una quindicina di centimetri di diametro. Non so come farò a lanciarlo ma non posso pensarci adesso; un mio compagno di squadra mi dice che ci sarebbe da sbrigare anche la pratica dei 1500m. Causa forfait di un componente, infatti, c’è da fare lo straordinario: ormai sono in ballo e accetto con un entusiasmo di cui mi pento alla prima curva. Credo addirittura di aver condotto la gara per i primi cinquanta centimetri ma dopo cento metri ho già la respirazione di un chihuahua e cerco solo di tenere un passo che mi porti all’arrivo. Sento che qualcuno mi segue a ruota: si tratta di Andrea Rinaldi, promettente saltatore in lungo che infatti mi salta all’ultimo giro e si invola con facilità. A poco servono i giudici che mi dicono i giri che mancano, il traguardo è un miraggio sempre troppo lontano. Filippo Maniaci, atleta da prove multiple, quando arrivo io ha già recuperato e fatto la doccia, così come Emilio Marconi, quattrocentista a ostacoli che prima ha lanciato anche il disco.

Torno, o meglio mi trascino, alla pedana del peso, mentre con un filo di fiato incito il mio compagno giavellottista che mi pare ci sappia fare nonostante non sia più un ragazzino. Due angeli custodi, ex pesisti, mi spiegano almeno le basi e i primi due lanci vanno benino. Al terzo mi picco di voler superare i 10 metri e rischio sei o sette ernie; manco la misura per soli 6cm ma il furore agonistico mi fa sbilanciare in avanti e per evitare il nullo – dopo il getto si deve uscire dalla parte posteriore della pedana – tento un improbabile recupero dell’equilibrio abbassandomi a terra, con il risultato che mi sdraio miseramente piantando le ginocchia nella pedana di cemento e distorcendomi pure il pollice destro, non so nemmeno io come; sacrifici inutili perché il giudice, inflessibile, sentenzia che il lancio non è valido. Pazienza.

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Lo speaker nel frattempo non smette di raccontare le gare, con gustose dosi di ironia, e il presidente Marsi dell’Atletica Livorno – che ha fornito il supporto logistico – gongola davanti a questa vera e propria festa dell’atletica. “Ho gareggiato nelle prime due edizioni – ci dice – ora mi riposo e me la godo”. Il figlio Luca intanto dà spettacolo all’asta, che è alle ultime battute e vede l’asticella ben sopra i 4m. L’asta è l’unica prova in cui non ci si improvvisa e tutti hanno un minimo di dimestichezza. Luca è uno degli organizzatori insieme a Enrica Rasetti, Giacomo Giusti e Letizia Poli (atleti in attività e non delle due società livornesi) e il loro lavoro è davvero ottimo. Tutto fila liscio senza intoppi fino alla decima gara, al termine della quale si stila la classifica provvisoria delle squadre -costantemente aggiornata per tutto il pomeriggio- in attesa della staffetta, che potrebbe cambiare qualche posizione.

Non so con quali energie mi dirigo alla partenza della mia frazione, l’ultima. Almeno non dovrò passare il testimone, già mi vedevo arrancare dietro qualcuno nel vano tentativo di raggiungerlo. So tutto: ho il riferimento per partire e conosco la mano che devo porgere al mio compagno, quando sentirò il suo “hop!”. Quello che arriva alle mie spalle, però, più che un compagno sembra un missile: è un atleta vero e per l’occasione si è messo anche le chiodate. Dimentico in un solo istante tutte le nozioni che mi aveva pazientemente spiegato e parto alla disperata solo per non essere investito. In qualche modo il testimone lo riesco a prendere e in solitaria – i primi due frazionisti sono stati un po’ lenti – con stile inguardabile taglio il traguardo.

Prima della premiazione finale c’è il buffet dove si mangia, si beve e soprattutto si scherza e si ride. Parte del ricavato delle iscrizioni è devoluto a Oxfam, organizzazione umanitaria internazionale senza scopo di lucro, per sostenere il progetto “Coltiva”, che ha come obiettivo una migliore redistribuzione mondiale delle risorse alimentari.  Gli organizzatori hanno voluto dare così alla manifestazione anche un carattere sociale e fornire, con la proiezione di un filmato a tema, un’occasione di riflessione. Lo stesso buffet, in ottica ecosostenibile, era a chilometri zero e le medaglie realizzate dalla onlus Orientarti in stile analogamente sobrio.

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Della giornata rimangono i gesti ancora perfettamente armoniosi degli ex atleti pur se con misure, diciamo così, piuttosto lontane da quelle dei tempi che furono, il divertimento per chi si è trovato a fare cose inconsuete e il fascino infinito di vedere da vicinissimo gli atleti veri nei pochi momenti, che pure ci sono stati, in cui hanno fatto vedere di cosa erano capaci nelle proprie specialità. Rimangono la dimensione più che umana dello sport più vecchio del mondo e l’ammirazione verso un’idea che speriamo possa essere copiata anche in altri ambiti sportivi.

Rimangono anche i dolori sparsi per tutto il corpo di chi scrive, si accettano consigli per un rapido recupero e non vale dire che devo ringiovanire!

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