L’intervista. Martelli, il recordman livornese: “Io più forte di tutto, anche del tumore”

Mediagallery

di Gianni Picchi

Mauro Martelli il giorno dopo il record (clicca qui per leggere). Il ventisettesimo: 18 italiani, 1 europeo e 8 mondiali. Tutti Open, per la categoria pesi leggeri. Nelle prime ore del pomeriggio di lunedì, dopo avere riposato, e raccolto le idee, è sceso in cantina, quella dei Vigili del fuoco, dove si allena. Lì c’è anche la sede di Sportlandia, di cui è il presidente.

Entrando ha trovato i suoi ”bimbi”, come li chiama lui, quelli della sua associazione, ed in coro è scattato “Campione, campione, campione”. Poi abbracci e sorrisi. Questi sono i momenti dove Martelli si commuove. E mentre accendiamo il registratore, seduto ad un tavolo, i suoi bimbi sono tutti intorno a noi: “Quando siamo arrivati a Firenze pioveva – commenta il recordman – la location era bellissima. Dall’angolo di via Martelli si vedeva piazza Duomo. Poi, in accordo all’amministrazione comunale, abbiamo deciso di spostarci sotto il loggiato degli Uffizi. Era proprio accanto a Ponte Vecchio. La scenografia non ci ha rimesso. E di lì a poco è iniziata ad affluire la gente. Che ci hanno sostenuto (anche di notte), ed incitato, per tutto il tempo del record. E vi sono stati anche i momenti dedicati alla beneficenza. Non siamo mai stati soli. Eravamo due gruppi da cinque. La Canottieri Firenze, sotto di noi, aveva preparato tutto per accoglierci nei momenti di cambio, ma abbiamo deciso di stare sempre vicini l’uno all’altro. Ed abbiamo terminato in sette, perché tre nostri compagni hanno avuto alcune difficoltà”.

Già intorno alle dodici ore eravate in vantaggio. 
“La prima sessione è quella fondamentale, dove stabilisci la media, poi la mantieni. E  se arrivi a metà avendo mantenuto la media, anche se la perdi ci vuole del tempo prima che si abbassi. Nelle ultime 4 ore si è cambiato strategia, e abbiamo dato di più”.

Fra tutti i tuoi record, questo, ha un sapore particolare. 
“Dopo la malattia ho già messo in bacheca qualche record. A novembre 2012, durante il trattamento della chemio, titolo italiano a staffetta. Dopo pochi mesi della seconda operazione, al Giglio, titolo italiano della mezza maratona. Poi ad una anno del secondo intervento questo record del mondo. Ha un sapore diverso perché è una vendetta contro il tumore. Durante il record, tutti i medici oncologi di Pisa, il dottor Masi ed i rappresentanti dell’Airc mi sono stati sempre vicini. E ciò ha voluto dire avere una spinta psicologica non indifferente. E vado anche fiero, che, in questo gruppo, non sono stato il fanalino di coda. Pensando anche alla mia età, non posso essere che orgoglioso”.

Una volta terminato qual è stato il tuo pensiero? 
“Un vero pensiero non l’ho avuto, anche perché ho cercato di mantenere la concentrazione al massimo, e tenere d’occhio il computer. Quindi al termine avevo la consapevolezza di aver fatto ciò che mi ero prefisso. Se avessi lasciato nel finale, i miei compagni avrebbero continuato da soli, ma ho voluto arrivare fino in fondo, anche perché avevo fatto una bella preparazione, fisica e mentale”.

Quando hai messo a fuoco ciò che hai fatto?
“Subito dopo, come ti ho detto. Prima sono stato concentrato per tutta la gara, e quindi ero informato. Credo che ciò che abbiamo fatto sia stata una pagina positiva per il canottaggio. Molti vogatori sono venuti ad assistere, facendo un tifo da stadio. Sono state scattate foto e girati filmati”.

Questo titolo a chi lo dedichi? 
“Quando andai a prendere il materiale che sarebbe occorso nel post operatorio, nel reparto di oncologia, in sala d’attesa vi erano molte persone i cui sguardi mi fecero male. La mia vittoria è dedicata a loro”.

Questo è il tuo ultimo record? 
“Ora debbo fare conto con l’età e la condizione fisica. In seguito vedremo. Tra l’altro in questo periodo mi hanno invitato ad andare in diverse città, come in Sardegna. Il giorno dopo è duro pensare al nuovo record. Ora valuterò. Stamane mi ha chiamato il dottor Masi, per informarmi che i medici sono d’accordo col mio progetto. Quello di formare un pool di atleti per andare in più città possibili per esibizioni, tentativi di record, e solidarietà. La prima potrebbe essere in piazza del Campo a Siena, ed a Porto Azzurro ed a Lucca”.

Si ferma di nuovo, alza gli occhi al soffitto e poi spara una sua idea: “Se il Comune mi viene incontro vorrei organizzare una festa per questo record e fare una cena per beneficenza devolvendo i proventi ai bimbi di Sportlandia. Il Comune dovrebbe mettere disposizione una grande sala, per far entrare qualcosa come 500 persone, e pubblicizzare l’evento per portare più gente possibile in questa cena. Abbiamo bisogno di carrelli, un ragano, e puntoni. Ci sarebbe bisogno di alcuni “catamarani”. L’associazione si sta espandendo. Debbo dire, per dovere di onestà, che ogni volta che ho chiesto qualcosa al Comune, ho ricevuto, sempre, risposte positive”.

Spengo il registratore. Sono convinto che l’intervista sia terminata, invece mi chiede di riaccendere: “Una volta, mi parlasti di un recinto. Noi dobbiamo capire chi sta dentro, e chi sta fuori. Quante volte, pensi, che un certo numero di persone stiano dentro, invece, col tempo, ti accorgi che non è vero. Poi, invece, pensi che diverse persone stiano all’esterno, invece ti accorgi che sono all’interno. Dalla malattia tutte le persone che erano dentro, sono rimaste dentro. E quella gente, per me, è la mia famiglia”.

 

Riproduzione riservata ©