Villa Mimbelli. Apre l’antologica di Fabrizio Breschi

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Apre i battenti, sabato 12 marzo, ai Granai di Villa Mimbelli, sede del Museo “G.Fattori”, l’antologica dedicata all’artista contemporaneo Fabrizio Breschi. Intitolata semplicemente “Breschi”, l’esposizione propone  la produzione artistica di oltre 50 anni di attività del Maestro livornese attraverso 40 opere ( dal 1976 al 2016)  che ripercorrono i passaggi e le evoluzioni di un pittore, solido nelle cognizioni tecniche (a soli 36 anni fu nominato titolare di cattedra di pittura all’Accademia di Brera), e mutevole nel rapporto dialettico con la realtà.

Fino al 17 aprile prossimo si potranno vedere opere che sintetizzano la prima stagione figurativa dell’artista, conosciuto e apprezzato a livello nazionale, ma anche le successive composizioni astratto-geometriche che diventano protagoniste assolute delle tele più recenti.

“Breschi” sarà visitabile a partire da sabato 12 marzo fino al 17 aprile con apertura il venerdì pomeriggio ( in orario 16-19), sabato e domenica ( in orario 10/13 e 16/19. Aperta il 27 marzo (Pasqua) e lunedì 28 marzo (Pasquetta). Ingresso gratuito

info055“Breschi” – opere dal 1976 al 2016 – Il percorso espositivo consente di ripercorrere l’evoluzione creativa di Breschi,  testimonianza della sua progressiva conoscenza dell’essere in tutte le sue forme e articolazioni. Non mancheranno opere raffiguranti paesaggi industriali e gli autobiografici robot, icone della condizione di esistenza dell’uomo contemporaneo. Composti da cilindri dalla lucentezza metallica e ambientati in paesaggi umani, i robot vanno nelle tele gradualmente scomponendosi in geometrie variabili, in “membrature tubolari” fino ad arrivare alle suggestive scene su ampie massicciate di pietre cangianti che segnano le opere degli anni 2000. E’ nella serie delle massicciate che compaiono le fantasmagoriche  Capital Letters, ovvero quelle ” Lettere di maiuscola finezza – afferma Roberto Russo – che si vanno ad impiantare nel mezzo di mari ed oceani immutevoli sopra delicatissime distese di sassolini e pietruzze, levigate tanto dalle acque quanto dalla straordinaria maestria del pennello”. Gli sfondi di impatto tridimensionale  caratterizzano la ricerca e la produzione attuale, che raggiunge risultati di grande effetto estetico.

Artista eclettico, capace di cimentarsi anche nella realizzazione di opere scultoree all’interno di spazi urbani, Breschi donerà alla città di Livorno una sua grande lettera: la lettera “V” come “Vittoria” che sarà posta in prossimità di piazza della Vittoria, a completamento dell’intervento di riqualificazione di “Piazza Attias”. Un segno urbano destinato a diventare riferimento visivo dell’area, analogamente a quanto é stato fatto con la “A” come “Attias” di Renato Spagnoli.

Biografia di Fabrizio Breschi-  Nato a Livorno nel 1950, Fabrizio Breschi rivela un talento precoce nella pittura tanto da partecipare ad un concorso già a 6 anni con un dipinto a olio, che viene respinto perché creduto opera di un adulto. La sua formazione primaria si svolge nella città natale, ma decisiva è la frequentazione di una zia risposatasi a Milano con Dino Bartolucci, noto collezionista d’arte anch’egli livornese, che avvicina Breschi alla conoscenza tanto della ‘nuova’ pittura toscana dei Rontini, Natali, Ranucci, Domenici, quanto alla visita dei luoghi del contemporaneo. Alla Galleria d’Arte Moderna di Via Palestro a Milano il piccolo Breschi capisce di amare i pittori figurativi dei primi del Novecento, oltre a Picasso e al Futurismo in genere.  Alle scuole medie, che frequentò alle Mazzini a Livorno, tutti lo guardano come un marziano, allorché prende il pennello e si dedica al ritratto.  E’ il più giovane partecipante del Premio ‘Fattori’ del 1964 con l’opera ‘Cavalli al sole’.  Nel frattempo frequenta il Liceo Artistico a Firenze ed è allievo di insegnanti della levatura di Quinto Ghermandi, Piero Bigongiari, Dino Caponi e Gastone Breddo.  Nel 1969 si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Firenze, sezione Pittura. Breschi ritrova come insegnante Gastone Breddo e comincia per lui un periodo molto stimolante di approfondimento culturale e di confronto costante con i classici e col contesto rinascimentale di Firenze.  Nel 1973, poco prima della fine del corso di studi, conosce il pittore e insegnante Aldo Turchiaro, che quell’anno era succeduto a Primo Conti nella cattedra di Pittura dell’Accademia e che intravvede in Breschi un valido collaboratore, tanto da proporgli di diventare assistente della cattedra stessa.

Nello stile di Breschi si avverte a quel punto un cambiamento decisivo che lo porta da una sperimentazione, talora incerta ma sempre densa di suggestione e talento, ad un percorso netto e articolato. La continua dialettica tra contenuto e forma si impianta su una rigorosa norma estetica che caratterizzerà tutta l’opera successiva di Breschi.

Si susseguono i contatti e le conoscenze che introducono il pittore livornese negli ambienti dell’arte e della cultura nazionale che contano. A cominciare dall’incontro con galleristi, artisti, attori (in primis Marcello Mastroianni), che lo inciteranno a continuare e ne acquisiranno numerose opere. Fino al 1985 rimane all’Accademia di Firenze e dopo la vittoria di un concorso nazionale decide di trasferirsi alla prestigiosissima Accademia di Brera a Milano, dove ottiene la cattedra di pittura. Diventa così il più giovane insegnante di Pittura nella storia di Brera. Il direttore dell’Accademia è Andrea Cascella, fratello di Pietro, mentre tra gli insegnanti colleghi ci sono Alik Cavaliere (scultura), Giancarlo Marchese (scultura), Franco Cheli (scenografia), Rodolfo Aricò (pittura). Comincia così un intenso periodo didattico e creativo che lo porta a maturare i canoni estetici che tuttoggi lo caratterizzano con l’adozione di un contesto post industriale, popolato di simpatici ed emblematici robot dalle mille storie talora di carattere autobiografico. Si staglia sulla tela il nitore tecnico delle profilature/luminescenze,   che progressivamente taglieranno fuori ogni citazione antropocentrica per dialogare direttamente con uno spazio assoluto e senza tempo. Si susseguono le partecipazioni a prestigiose rassegne d’arte come la Biennale di Milano del 1994, a mostre collettive e personali tenute in Italia (MiArt), negli Stati Uniti, in Grecia, Inghilterra, Francia, Ungheria, Giappone e Svizzera. Memorabile la mostra del 2001 presso il Museo di Arte Cicladica Goulandris ad Atene, proprietà dell’omonima magnate, che esporrà un’opera di Fabrizio Breschi tra un Rothcko e un Picasso. Breschi tornerà ad Atene l’anno successivo per posizionare sulla facciata del Museo una sua opera consistente in una installazione luminosa.  Il 2003 è l’anno del ‘ritorno’ in patria, poiché Breschi decide di trasferirsi presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara, dove ritrova gli amici di sempre, lo scultore Franco Franchi e lo storico dell’arte Luigi Bernardi. L’anticipato ritiro dall’insegnamento del 2007 è a tutto vantaggio di una dedizione assoluta alla produzione d’arte e ad eventi espositivi in Italia e all’estero. Nel 2009 Roberto Russo avvia una profonda ed analitica riflessione sull’intera produzione di Breschi, dedicandogli la prima mostra antologica presso l’Ecomuseo dell’Alabastro di Castellina Marittima e una monografia nel 2012. Seguono numerose mostre personali e collettive (Firenze Uffizi, Livorno, Cremona, Pietrasanta, Piacenza, Pontedera Museo Piaggio) in cui vengono apprezzate dal pubblico e dalla critica l’articolazione dei temi e le innovative soluzioni pittoriche.  Oggi Breschi si alterna tra lo studio di Livorno , il lido di Donoratico, la Costa Azzurra e gli USA, dove ha cominciato una serie di progetti espositivi nella città di New York.

 

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