Quando Livorno era la Cinecittà d’Italia

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di Lucrezia Del Re

La prima città del cinema italiano, 30 mila metri quadrati di costruzioni, il più grande teatro d’Europa per cubatura, oltre trecento fra film e documentari. Questi sono i numeri del cinema a Livorno e dintorni, argomento della conferenza organizzata dall’Associazione 50 e Più, in collaborazione con il Centro Studi Commedia all’italiana di Castiglioncello presso l’Auditorium di villa Henderson.

Un’occasione interessante grazie alla quale giovani e meno giovani che erano presenti, hanno potuto, crediamo, vedere il nostro territorio con occhi diversi, a partire da quel “lontano 1934 in cui, con tre anni di anticipo rispetto a Cinecittà, a Tirrenia nasceva la prima città del cinema in Italia, da cui passarono registi e attori sia italiani che stranieri quali Abel Gance, Dechamps, Malasomma, Mastrocinque, Soldati, Majano per girare sia film western sia commedie, sia storici che tratti da opere teatrali perché qui potevano trovare –come ha spiegato la studiosa e autrice di testi sull’argomento, Vita Maria Nicolosi – ogni tipo di paesaggio per ogni sceneggiatura. Non solo, ma gli Studi Cosmopolitan ospitarono anche la prima scuola di cinematografia perché la cittadella era pensata per i film, dall’idea alla pellicola. “ Aldilà della produzione è stato curioso vedere delle chicche portate dal videomaker e montatore Marco Sisi che ci ha portato a spasso per Livorno, la Venezia, Ardenza, il porto mediceo facendo notare come spesso Livorno sia stato usata come setting mentre magari si faceva credere allo spettatore di essere in Costa Azzurra, oppure come luogo esemplificativo di una situazione, come le rovine in viale Avvalorati in “Tutti a casa”, o addirittura è stata ricostruita in studio ad Hollywood come per Avorio Nero che, nel 1936, vinse 24 Oscar,o a Cinecittà come nelle Notti Bianche di Visconti – secondo una serie di procedimenti che Massimo Ghirlanda, Presidente del Centro Studi Commedia all’Italiana ha identificato con i termini “adulterio”,”allusivo”, “neutro” e “di fedeltà”, ovvero i quattro modi in cui un regista si rapporta con il territorio. Sempre a Ghirlanda è toccato il compito di far viaggiare la platea verso sud, per illustrare il ruolo di Castiglioncello nel cinema a partire dalla fine dell’Ottocento con i Macchiaioli, agli Anni Trenta con Pirandello e Marta Abba, alla grande stagione degli Anni Cinquanta-Sessanta con i registi Visconti, Monicelli, Steno e i musicisti Rota e Trovajoli nonché le famiglie D’Amico ,Cecchi e Valori, che, con leggerezza e piacere, riunivano intorno a sé attori, registi, sceneggiatori creando magici momenti da cui sarebbero poi scaturiti i capolavori del cinema italiano di quell’epoca.

 

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