Pellegrini, il “re del jazz” si racconta. L’intervista

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di Sandra Mazzinghi

Ci ha colpito la trasparenza di Andrea Pellegrini, non ci è sembrato di fare un’intervista, ma è stato come un parlare tra amici. Ci ha raccontato pezzi della sua musica e della sua esistenza: puntuale, sincero e diretto in ogni risposta. Sono rimasta subito coinvolta da Andrea Pellegrini, non è un segreto che amo l’arte e gli artisti e Andrea, che conoscevo solo dai suoi concerti, si è rivelato, oltre che un grande musicista, una persona interessante. Fino all’ultima domanda non ci ha mai deluso, ci ha introdotto in un mondo musicale e ci ha lasciato molte curiosità.

Andrea, sei uno degli organizzatori dell’International Jazz Day Unesco 2015 Livorno un questo programma che andrà avanti per tutto il mese di aprile. Siamo alla quarta edizione… novità di quest’anno?
Beh, intanto la novità è che lo facciamo anche quest’anno! Vedi, non possiamo più dare niente per scontato. Tutto è diventato difficile. Permessi, sostegno economico sempre assente, visibilità difficile da ottenere, teste diverse da mettere d’accordo, tremila difficoltà… per cui, siamo intanto contenti di avercela fatta anche quest’anno. La novità sta nel resistere, anzi nel “resistere, resistere, resistere” come diceva qualcuno. Abbiamo poi la presenza importante, nuova, di Hotel Palazzo NH, di Hotel Universal e di alcuni privati come il dottor Farneti che ospiteranno concerti nelle rispettive prestigiose location. Lo spirito è proprio questo, di infiltrarsi… di far arrivare il jazz nelle case, fra la gente, sempre di più, secondo anche i dettami dell’Unesco che chiede di promuoverlo in tutti i modi e a tutti i livelli.

Nato a Livorno? Vivi qui?
Sono nato a Genova e ci tengo molto, anche se poi ho sempre vissuto qui. Amo la Liguria. Ho dedicato diverse mie composizioni a quella terra: “Portovenere” (pubblicato in diversi Cd, con Paul Mc Candless, con Orchestra Bonamici ecc), la suite “Le Cinque Terre” (cd “West Coast” con Marco Cattani e Paul Mc Candless) e altre. Una terra spigolosa e scontrosa, schiacciata fra profondità marine e vette slanciate, compressa fra eccessi in poco spazio, ricca di contrasti, contraddizioni, curve, ombre, luci improvvise. Mi ci riconosco molto. Non sopporto, invece, la “livornesitudine” della superficialità eletta a legge assoluta, dell’insofferenza verso le regole che diventa vero autoritarismo fascista (altro che città di sinistra!), dello spregio per l’ambiente, per l’altro, per l’aria, per l’acqua, l’ignoranza che si vuole diventi stile di vita, il mito del cane che deve essere libero anche se questo toglie libertà ai bambini, ai passanti, ai vecchi, il mito del rumore, i miti postmoderni che i livornesi abbracciano come fossero ideali illuministi libertari e invece sono la peggio specie degli pseudo-valori consumistici. Amo la “livornesità” delle facce aperte, dello sberleffo verso i potenti, quella radice anarchica che vive ancora fra le banchine del porto, sempre più nascosta e clandestina, e soprattutto amo il mare: per fare la pace con Livorno vado spesso la sera tardi a camminare sulla Terrazza, vero momento surreale e metafisico della città che spesso dimentica di essere città di artisti e sognatori. Resta pur sempre una città con tre soli lati, con un lato sempre aperto, e quindi forse c’è ancora speranza che cambi. Ma la vedo dura.

Quando da piccolo ti chiedevano cosa volevi fare da grande cosa rispondevi?
Non pensavo a “cosa volevo fare” ma a “come volevo essere”. Volevo essere sereno. Non ci sono ancora riuscito granché. A volte siamo i primi nemici della propria serenità. Si tratta di paure e blocchi psichici e profondi. Volevo fare a volte l’astronauta, a vole il pilota di aereo (e ho superato la prima selezione per Alitalia, ricordo, molti anni fa, poi rinunciai perché il corso di addestramento costava troppo), a volte il marinaio. Credo che essere musicista sia un po’ tutto questo.

Chi sono stati i tuoi maestri?
Mio padre, innanzi tutto, non tanto per le informazioni sulla musica che mi ha passato quanto per lo spirito, essenziale, importantissimo, che mi ha trasmesso. Quando si insegna musica si deve passare soprattutto lo spirito: convincere che fare musica è bello, che dà  gioia, un piacere immenso. Il resto non è secondario, certo, ma è più semplice. Mio padre ha passato a me, alle mie sorelle e a mio fratello un tesoro immenso: la dimestichezza con la musica. La familiarità con il suono, con gli accordi, con il tempo, con la melodia. Quando torno a casa, non mi sento ancora a casa finché non mi metto al pianoforte o non prendo la chitarra o non metto su un bel disco, Paganini, Duke Ellington, Crosby Stills Nash & Young, non importa cosa purché sia roba buona. Allora mi sento a casa. Le mie pantofole sono gli accordi e la mia pipa è una bella canzone. Con “Harvest” di Neil Young o con Sinatra con Count Basie mi sento ricco, un signore. La cultura, la musica, l’arte sono ricchezza “veramente”, perché ti fanno sentire ricco. Quando cammini per il centro di Siena, quando sei in mezzo al mare vicino alla Capraia, cosa ti manca? Niente. Sei ricco sfondato. Ogni bellezza è una vincita al Superenalotto.

E il tuo mito del jazz chi è?
Non ho veri miti. Li ho smitizzati per conoscerli e per amarli davvero. I monumenti pietrificano, non scordiamocelo. Comunque, dei riferimenti sì, ce li ho, non tanto in persone, quanto in cose che varie persone hanno fatto, e non certo solo musicisti. Non sarei musicista come lo sono, se non avessi conosciuto Bach ma anche Michelangelo, Modigliani, il Fucini, Dante, Tolkien, Shakespeare, Hitchcock, John Ford, Orson Welles, il Brunello di Montalcino, eccetera.

Per il jazz, amo alcune cose di Don Grolnick, un brano di Karoly Binder (“Il mito dell’eterno ritorno”, ti risparmio il titolo in ceco), sicuramente tante cose di Bill Evans, molte cose degli Oregon, l’approccio di Bruno Tommaso… ma amo anche Parker e Gillespie, e il più grande pianista jazz di tutti i tempi, Art Tatum.

In generale, mi ritrovo in chi cerca la bellezza. Forse la bellezza è cercarla, per cui non mi fermo tanto davanti a una forma, e apprezzo al di là delle forme, e la cerco. Il movimento lento del concerto in sol per pianoforte e orchestra di Ravel è praticamente un soffio divino, una delle cose più belle mai create da un essere umano, figuriamoci se mi fermo davanti al fatto che non è jazz. Tanto jazz è inutile, o è superficiale, o è scritto male, o è noioso perché insincero; preferisco allora riferirmi a una canzone di Buscaglione, dove c’è energia, ironia, tecnica, idee, fantasia, teatro, tutto. Mai fermarsi all’etichetta: il vino sta dentro.

Cosa ascolti in cuffia?
Nel senso di intimità? Beh, sì, ci sono degli ascolti che fo spesso da solo. Una delle cose che amo di più ascoltare da solo è “Guamba” di Gary Peacock. La carriera del nostrano sassofonista Beppe Scardino è iniziata anche con una mia sfida che riguarda quel cd… gli chiesi, quando studiava alla Bonamici, di trascrivere due pezzi di quel Cd, difficili. Lo fece alla grande. Un Cd raro e quasi sconosciuto: ci sono spazi, timbri originali, idee curiose, niente luoghi comuni, mistero. Poi, amo molto alcuni dischi di musica antica, con quel suono lontano, dolce, mezzo piano. Ascolto spesso da solo i miei dischi per capire cosa hanno da dirmi, per ricordarmi cosa provavo, per capire cosa provo ora, per misurarmi, per indagare sulle mie stesse emozioni. In questo periodo riascolto spesso  i cd “Progetto Macchiaioli” e “Modigliani” del Quintetto di Livorno perché ho un nuovo progetto su un altro grande della pittura che ha avuto a che fare con Livorno, Osvaldo Peruzzi, futurista, e cerco di capire cosa ho detto con quei cd per capire cosa posso dire con questo prossimo, che farò.

Secondo te, anche prima dei concerti jazz è importante il sound check? Oppure pensi sia più importante l’improvvisazione?
Il sound check è fondamentale. Anzi, sono fra quelli che pensano “veramente” che il fonico sia a tutti gli effetti un membro del gruppo. È  importantissimo. Puoi immaginare un pittore che fa un quadro e poi, quando viene messo in mostra, l’organizzatore pone un vetro colorato a caso di fronte al quadro? Cambia tutto: i colori, i riflessi, le proporzioni fra le masse, i contorni, tutto. Il quadro viene stravolto. Ecco, quando suoniamo, hai voglia di andare lì con le idee, le composizioni, il tuo progetto sonoro, il tuo sogno…poi, tanto, il fonico ti cambia tutto! A volte è terribile.

In generale, i fonici italiani fanno due gravi errori: uno, tengono troppo forte il basso e la cassa della batteria: queste frequenze basse invadono tutto, perché più è bassa la frequenza, più sferica è la sua diffusione nell’ambiente, per cui tutte le pareti, tutti gli oggetti le rimbalzano all’infinito; invece, le frequenze acute sono lineari, e hanno una grande difficoltà a inserirsi nel magma di quelle gravi. Per cui, abbassate il basso e la cassa, innanzitutto! Anche nel rock! Altrimenti si avrà sempre la sensazione, tipica, di quel volume assordante senza capire niente.

Secondo, i fonici italiani quasi sempre pensano di poter comandare “sui” musicisti. Errore gravissimo. Invece, siamo alla pari, e semmai, se proprio ci deve essere chi comanda, questo è il musicista, non certo il fonico. Il musicista stabilisce il “cosa”, il fonico il “come”. Il risultato sonoro ce l’ha in mente il musicista, e il fonico non deve permettersi di fare quelle migliaia di piccole cose che invece spesso i fonici fanno, che distruggono il concerto, come imporre ai musicisti una posizione sul palco, continuare a regolare il suono mentre si suona (puoi immaginare te che corri su una pista mentre qualcuno cambia a suo piacere l’inclinazione e la direzione della pista?!?), imporre orari e metodi, e essere convinti di aver ragione. Invece il fonico “vero” fa essenzialmente due cose: uno, prima ascolta, poi lavora; secondo, concorda tutto con i musicisti senza imporre niente. Tutto questo accade nel sound check, che quindi è importantissimo: diciamo pure che il sound check fa parte della composizione. 

Il jazz nasce come musica popolare. Oggi invece è considerato erudito. Sei d’accordo?
Una divisione netta fra musiche popolari e musiche colte non esiste. Ogni stile musicale da sempre ha un che di popolare e un che di colto. “Colto” vuol dire “coltivato”. La musica “coltivata” (per non usare il termine “colta”) è come un campo di grano; la musica “popolare” è come l’erba che nasce da sé. Sono meravigliose entrambe le cose. Non è vero che il jazz nasce “popolare”. Le radici africane consistevano infatti spesso in elementi musicali colti, ma colti “di altre culture”: ovvero, coltivati, eruditi, ma coltivati altrove. Inoltre, accanto alle radici africane c’erano radici europee sin dal primo momento, e anche queste erano alcune colte, altre popolari, la maggior parte l’una e l’altra cosa insieme (la musica bandistica, la musica operistica, l’armonia europea, gli strumenti europei, la teoria e le conoscenze europee, la tecnica strumentale europea che, ancora una volta, è da sempre in parte coltivata, in parte proveniente dalle pratiche popolari); persino nel blues ottocentesco c’erano radici di varia provenienza. Il jazz è misto, ovvero popolare e colto, da sempre; come del resto tutta la musica, tranne poche esperienze come le vette più raffinate della musica colta e gli abissi più istintuali delle musiche popolari. C’è una cultura del djembè, il quale non è affatto uno strumento popolare e banale, e c’è un modo di suonare la Marcia Alla Turca di Mozart che non si capirà mai del tutto se non si pratica un po’ di musica popolare. Il jazz è cosmopolita e multietnico, da sempre, e complesso da subito. 

Se esistesse un assessorato alla Musica che cosa dovrebbe fare per Livorno?
Dovrebbe esistere eccome!! Sono molto deluso dalla nuova amministrazione in questo senso. Non ha capito granché della cultura e della musica. Non si capisce che investendo, anche pochissimo, sopratutto energie, non tanto soldi, in questa direzione, la città rinascerebbe. La cultura crea intelligenza, disponibilità, apertura, efficienza, felicità: tutto questo serve per far ripartire l’economia. Non il contrario. Ma anche questa amministrazione, illusioni e promesse a parte, dimostra che considera la cultura una spesa. Quasi niente è accaduto nello spettacolo. Tutto fermo. Nessun intervento per promuovere i locali che fanno musica, i piccoli teatri, per aprire quelli chiusi, per ri-ossigenare il Teatro Goldoni, nessuna idea, nessuna innovazione, perché non ci sono i soldi; eppure tante cose non costerebbero una lira, come lavorare seriamente sulle leggi per il rumore, assurde, vetuste, liberticide. E i soldi nascerebbero proprio da li’. Ma se ancora dobbiamo spiegare come si fa, allora, ragazzi, siamo davvero alla frutta, e io ho perso ogni speranza di un cambiamento a Livorno.

Cosa dici alle persone per persuaderle a partecipare al mese del jazz?
Che ascoltare il jazz è divertente. Non ascoltatelo perché dovete, o per amore di una cultura astratta o intellettuale. Provate a vedere se vi piace. Se vi piace, comprate almeno un cd l’anno e la sera spengete quella maledetta Tv!

E ai lettori di Quilivorno.it?
Chiedo a tutti i livornesi e dintorni di sostenere la musica, qualsiasi tipo di musica purché fatta con il cuore e con la testa, perché la musica è la vita, “veramente”.

E non potevamo congedarci da Andrea Pellegrini senza chiedere delle sue ultime pubblicazioni

Eccole:

Libro + Cd:
2014 – Cd “Modigliani – Il Tratto, l’Africa e perdersi” (Erasmo
Edizioni – Il Poderino della Gioiosa) con Quintetto di Livorno, Tino
Tracanna, Tony Cattano, Nino Pellegrini. Allegato al libro
“Mirabolanti avventure di un jazzista”, Erasmo Edizioni, Livorno 2014.
[email protected]

Cd:
2014 – “West Coast” – West Coast Quintet + Paul McCandless. Co-Leader
con Marco Cattani. Con Paul McCandless, Marco Cattani, Mirco Capecchi,
Michele Vannucci. Studio Il Poderino della Gioiosa, Casale Marittimo.

Cd:
2013 – Cd di Bruno Tommaso “Original Soundtrack For ‘Charles And
Mary'” (Onyx -Matera) OnyxCd025 – Con il Bruno Tommaso Jazz Workshop.
[email protected]

Libro:
2013 – Maurizio Mini, Andrea Pellegrini “Livorno, dalla ‘musica
americana’ al Jazz – La storia, le storie”, Erasmo ed., ISBN
978-88-89530-55-9. Collana Erasmo Musica – I Quadrati, prefazione di
Stefano Zenni. [email protected]

 

 

 

 

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