“Il Viaggio”, della livornese Bartolomei al Salone del Libro

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Con il debutto della nuova collana “Futura”, linea caratterizzata dalla freschezza, dall’innovazione e dalla creatività narrativa, Bonfirraro editore introduce nella costellazione dei suoi autori Elena Bartolomei, la scrittrice di origini livornese con la passione per il cinema a cui ha orientato tutti i suoi studi, scegliendo di frequentare il Dams di Roma.

E, allora, se per molti il cinema è sogno, “Il viaggio” è un romanzo toccante e coinvolgente, a tratti onirico, sulla storia di una donna che, violata, riesce a ri – costruire la propria dignità pezzo dopo pezzo, riuscendo a demolire il proprio presente, così squallido seppur ricco di denaro.

Il libro verrà presentato il 13 maggio in occasione del Salone del Libro di Torino, ore 15.30 – Sala Avorio.

Costruito come fosse un lungo piano sequenza, il romanzo, tutto giocato sugli incontri e sulle dissolvenze,  sfiora l’ onirico e il non detto, temi prediletti dal cinema e da un certa letteratura del 900, ma la scrittrice riesce a ricreare per la sua protagonista dalle mille sfaccettature caratteriali, una prosa molto plastica e realistica.

Amelia è, infatti, una giovane e brillante ginecologa, senza grande stima di se stessa, ma apparentemente felice della sua vita tranquilla a fianco di un uomo facoltoso che dice di amarla.  Fino al giorno in cui lui la picchia, lasciandola sospesa in una dimensione extra-corporea che non conosce e che la spaventa.

Un sogno? La morte? Amelia non lo sa, ma dovrà esplorarla in compagnia di alcuni personaggi intenzionati ad aiutarla. Non li riconoscerà immediatamente. Soltanto molto più tardi scoprirà le loro identità, parti fondamentali del suo vissuto: un bagaglio imprescindibile per questo viaggio in cui ricordi, letteratura e politica s’intrecciano continuamente.

Il percorso esistenziale parte da Roma per giungere in Colombia, paese tormentato da una guerra civile senza fine. Qui, nella missione di Medici Senza Frontiere, il viaggio dell’anima e quello fisico si ricongiungeranno in un suggestivo cerchio magico che condurrà la protagonista, insieme a tutti i suoi fantasmi letterari e alla sua coscienza civile, in bilico tra la Colombia e Cuba, a trovare lì l’inizio e la fine di tutto…

Elena, sappiamo che i suoi studi sono andati di pari passo con la passione per la scrittura, frequentando laboratori di critica cinematografica e sceneggiatura con professionalità del calibro di Mario Sesti e Ivan Cotroneo. Cosa c’è del suo background culturale nel romanzo?

«Nel mio romanzo non parlo di cinema, o almeno non di quello che ho studiato all’università, ma credo che questa mia passione sia intrisa in modo inconscio e indelebile in tutta la mia scrittura, soprattutto in diverse descrizioni che alcuni miei lettori hanno talvolta definito, appunto, cinematografiche, “talmente realistiche da avere l’impressione di guardare un film”… spero davvero che sia così»!

E cosa vi ha instillato delle sue origini toscane?

«A differenza dei miei due libri precedenti, in cui il paesaggio toscano era predominante, in questo romanzo la vicenda si svolge tra Roma e la Colombia, con diversi rimandi anche a Cuba, ma è il paesaggio dell’anima forse ad avere il ruolo fondamentale. Qui inevitabilmente, soprattutto in alcune descrizioni bucoliche, l’amore per il mio luogo d’origine traspare senza doverlo nominare».

A cosa si è ispirata per la scrittura?

«La mia scrittura è sempre un insieme di suggestioni che mi arrivano, spesso senza che neanche me ne accorga, dai film che vedo, dai libri che leggo, dalle cose che vivo ogni giorno, da quello che sono la mia esistenza e i miei sogni. In particolare mi piace cogliere i dettagli apparentemente insignificanti di qualcosa e dar loro una vita propria, provando a illuminarli dall’interno».

 

In cosa Amelia, la protagonista, la rispecchia?

«Credo che Amelia non mi somigli molto nella prima parte del libro, quella in cui non ha rispetto per se stessa, nonostante riconosca mie alcune delle sue fragilità e insicurezze. Sicuramente la sento più vicina dalla seconda parte del romanzo in poi, quando comincia il suo percorso di maturazione alla conquista dell’indipendenza e dell’amore di sé, con una forte coscienza civile e politica e un piglio impulsivo e romantico che indubbiamente contraddistinguono anche me».

In che modalità si esprime in lei il filone della scrittura al femminile?

«Ovviamente sono una donna e mi viene naturale raccontare le donne e i loro sentimenti perché li sento miei, perché li vivo anch’io o immagino di viverli senza fatica d’immedesimazione. Credo comunque che la scrittura al femminile, da sempre, si caratterizzi per alcune peculiarità, sia a livello simbolico-espressivo che a livello tematico, e io non faccio eccezione. La scrittrice ha la capacità non solo di inventare ma anche di immedesimarsi emozionalmente in modo quasi viscerale con le sue protagoniste, e questo fa sì che spesso le descrizioni e i flussi di coscienza siano molto più vivi e palpabili rispetto a quelli scaturiti dalla penna di uno scrittore (con le normali eccezioni da entrambe le parti, ovviamente)».

Ravvisa una diversa e peculiare sensibilità nella sua scrittura o una differente resa linguistica?

«È un dato di fatto, e credo che nessun uomo possa obiettare, che la sensibilità di una donna abbia anfratti e sfumature molto più complessi rispetto a quella maschile, sia per natura e sia per le lotte che è sempre stata costretta a combattere all’interno della società. Questo, inevitabilmente, si traduce non solo nelle tematiche della scrittura al femminile ma anche, spesso, nell’elaborazione di un linguaggio che scavi dentro, nel mondo delle emozioni più recondite, e, in qualche modo, si erotizzi nel senso originario del termine».

Il viaggio inizia con uno schiaffo e finisce con la completa conquista dell’autonomia: è, ovviamente, un inno alle donne, per le donne… ma anche qualcos’altro, giusto?

«È un inno alle donne, sì, ma più in generale un invito al genere umano ad andare oltre l’apparenza, a non accontentarsi, a non accomodarsi mai in una vita che magari non ci piace neanche troppo ma che si ha paura di cambiare. È un invito a capire che al di là del nostro piccolo orticello c’è un mondo complesso che spesso chiede aiuto, è un incoraggiamento a scavare più a fondo in ciò che siamo e che vogliamo, a mettersi in discussione, a rischiare magari la certezza per inseguire un sogno, a sfuggire qualche volta i consigli sensati in nome di un ideale o anche solo un’idea che però può renderci felici. Mi viene in mente una poesia di Martha Medeiros che dice proprio questo…».

Che percorso esistenziale si sente di consigliare a quelle donne che conoscono loro malgrado la violenza domestica?

«Il mio consiglio è, sempre, di rispettare se stesse prima di tutto e di rifiutare ogni forma di violenza. L’amore non ha niente a che fare con la violenza, mai. Non perdonate niente, neanche uno schiaffo, perché dopo ce ne saranno altri, perché un uomo (se così si può definire) che ha la viltà di alzare le mani su una donna una volta, lo farà altre volte, e sarà sempre peggio. Ribellatevi subito, fatelo per voi stesse prima che per chiunque altro. Trovate il coraggio di denunciare, di scappare e di amarvi».

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