Un anno senza Rebecca “la Turca” Levi. La storia

A causa delle leggi razziali venne licenziata dal suo primo lavoro di commessa in un negozio di via Grande. "Affrontò quel periodo con estremo coraggio e nervi saldissimi"

Mediagallery

di Jessica Bueno

Quello di Rebecca Levi è un viaggio iniziato il 3 novembre 1921 a Smirne, efficiente città portuale turca, e terminato a Livorno il 19 aprile 2015: una personalità storica livornese, tra gli ultimi testimoni dell’epoca travagliata e dolorosa quale fu quella della seconda guerra mondiale e delle leggi razziali. La nipote Deborah, a distanza di un anno dalla scomparsa, decide di narrarci il suo cammino, ripercorrendone le tappe più significative: quelle storie minuziose di epoche passate oggetto di molti racconti da parte di sua nonna.
Rebecca nasce da madre argentina e padre italiano, Rachele Bueno e Giacomo Levi, rispettivamente commerciante ed interprete. Un connubio di culture che sviluppò in lei una notevole conoscenza delle lingue straniere, in particolare il francese, lo spagnolo e l’ebraico. Rebecca del padre non ricordava molto: se ne andò infatti a 28 anni, quando era ancora molto piccola. La madre perì in un bombardamento a Pisa, nel 1943, in pieno periodo bellico. In quest’occasione salvò un bambino, riparandolo col suo corpo. Aveva quattro fratelli: Alberto (che in famiglia veniva chiamato Abramo), Samuele, Allegra e Regina, venuta a mancare in tenera età.
“Nonna ci parlava spesso della sua vita in Turchia – afferma la nipote Deborah – Il nonno era una personalità facoltosa, riuscì a garantire alla famiglia una vita abbastanza agiata. Uno dei ricordi più particolari riguardava il modo in cui si recava a scuola: col cammello. Non era certo cosa comune per l’epoca”.

L’esperienza mediorientale si concluse a 8 anni per Rebecca: la famiglia si trasferì infatti, a Livorno, città natale del padre. Un viaggio lunghissimo e all’apparenza interminabile. La conoscenza di un gran numero di lingue e il modo di truccarsi della madre, particolari per l’epoca, fecero sì che il loro arrivo nella città labronica non passasse inosservato: “La mia bisnonna – continua Deborah – veniva infatti chiamata ‘la turca’ dalle persone che la vedevano, per quella maniera di colorarsi gli occhi, verdi, coi bastoncini anneriti del carbone”.

Rebecca, data la mancanza del padre e il lavoro impegnativo della madre, venne inserita al collegio ebraico di via Paoli insieme ai fratelli, dove visse e continuò il percorso di studi. Qui affrontò le prime difficoltà dovute alla lingua italiana, ancora da imparare perfettamente, e alla nuova atmosfera. Il suo carattere mite e il suo temperamento le consentirono di stringere velocemente molte amicizie.

A Livorno trovò il vero amore in un amico del fratello Samuele, Giuseppe Funaro, col quale si sposò nel 1943 al vecchio tempio, che venne poi distrutto durante gli eventi bellici. Insieme al marito lavorò come commerciante ambulante, vendendo abbigliamento intimo. Dal loro amore nacquero 4 figli: Milena, Elisa, Adriana ed Alberto.

A causa delle leggi razziali venne licenziata dal suo primo lavoro di commessa in un negozio di via Grande. “Affrontò quel periodo con estremo coraggio e nervi saldissimi, salvando dai tedeschi molti membri della nostra famiglia con piccoli stratagemmi: ricordo ancora il racconto di quando, per evitare che i tedeschi trovassero gli uomini di famiglia in casa, disse che suo figlio piccolo era affetto da una grave malattia infettiva. Riuscì a farli scappare”.

Deborah lascia infine una sua dedica per sua nonna anche a nome degli altri familiari: “Sono orgogliosa di essere stata sua nipote, è stata una donna forte, grande lavoratrice, con una bontà infinita. Era amata da tutti, figli e nipoti (Barbara, Roberto, Luca, Andrea, Kevin, Samuele, Greta e Gioele). Mi manca tutto di lei. Sapevo che prima o poi questo momento sarebbe arrivato, ma non ero ancora pronta alla sua assenza. La ricordiamo con immenso amore”.

Riproduzione riservata ©