Elisa e Maya, storia di un grande amore: “Livorno riconosca nostra unione”. Il sindaco risponde

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Elisa e Maya, due studentesse e insegnanti perseveranti, si sono conosciute e innamorate a Berlino. Sono andate a vivere insieme e poi hanno deciso di sposarsi. Maya è statunitense di origini sovietiche, Elisa invece è nata e cresciuta a Livorno. In occasione delle votazioni è tornata nella sua città con un bel certificato matrimoniale tradotto dal tedesco e chiede all’Ufficiale di Stato Civile la trascrizione del suo legame giuridico con Maya. In realtà le due donne si sono sposate nel 2010, ma l’eco della storica sentenza del Tribunale di Grosseto le ha spinte oggi a tentare quest’avventura burocratica, che è però prima di tutto una battaglia per i diritti civili.
Il momento sembra davvero favorevole, almeno a livello nazionale: Grosseto ha già trascritto un matrimonio celebrato a New York tra due uomini, lo ha fatto però su ordine del giudice che ha accolto il ricorso dei due sposi, dopo un primo rifiuto dell’ufficio dello stato civile. I Comuni di Latina e Gavorrano hanno approvato in Consiglio Comunale due delibere di indirizzo politico, dove si dice che tutti hanno il diritto di vivere con la persona scelta e amata e che questo diritto deve essere finalmente riconosciuto anche in Italia come lo è ormai in quasi tutta Europa e in moltissimi Paesi nel mondo. Infine proprio in questi giorni il Sindaco del Comune di Fano ha deciso di accogliere la richiesta di trascrizione del matrimonio celebrato in Olanda nel 2008 tra due uomini residenti a Fano che vivono insieme ormai da 30 anni.
A Livorno siamo alla vigilia del voto di ballottaggio tra Marco Ruggeri (centrosinistra) e Filippo Nogarin (movimento 5 stelle). Una volta diventati sindaco accoglieranno la richiesta di Elisa e Maya? Livorno si merita di essere una città moderna che non solo rispetta i diritti di tutti i suoi cittadini, che combatte contro l’omofobia, ma che soprattutto diventa esempio di accoglienza e inclusione, come la sua tradizione storica ha sempre raccontato.

Il sindaco Cosimi risponde – Care Elisa e Maya, ho letto la vostra storia e mi sono subito informato. Mi preme assicurarvi che, come voi stesse dite, la vostra richiesta è già seguita dagli uffici comunali, con grande attenzione e scrupolosità. Non ho dubbi che verrà esaminata in tutte le sue implicazioni tecnico-giuridiche (un sindaco non si può muovere senza un parere di questo tipo e la sentenza del Tribunale di Grosseto ha colto, come ben sapete, i Comuni un po’ di sorpresa), e ovviamente, lo do assolutamente per scontato, senza alcuna preclusione ideologica. Mi auguro, quindi, che vi possa essere data una risposta in tempi brevi, anche se, naturalmente, non ho oggi gli elementi “tecnici” per dirvi in che termini. L’argomento, personalmente, mi sta comunque molto a cuore, la vostra è prima di tutto una battaglia di civiltà che condivido e per la quale vale la pena impegnarsi. Ritengo importante ricordare che a Livorno, sul tema del riconoscimento del valore di un legame affettivo tra persone non sposate, non si parte da zero. Dal 2012 infatti, a seguito di un dibattito in Consiglio Comunale avviato per iniziativa della consigliera Arianna Terreni, l’Amministrazione di Livorno ha formalizzato la possibilità di annotare nel registro dell’anagrafe la famiglia costituita da vincoli affettivi.
Questa soluzione non ha equipollenza ai fini del riconoscimento dei diritti e doveri fra coniugi derivati dal contratto matrimoniale previsto dall’ordinamento italiano (cioè, non è quello che voi due chiedete), ma è stato un modo per riconoscere, nell’ambito della normativa vigente, l’esistenza di un legame affettivo tra due persone non sposate (senza distinzione di sesso), rafforzando il concetto di vincolo affettivo della famiglia, per dare più dignità alle persone, riconoscendo situazioni che di fatto esistono e che nessuno può negare. E’ inoltre significativo sottolineare che questa procedura attivata a Livorno, se non ha gli effetti giuridici di quanto viene da voi richiesto (cioè la trascrizione vera e propria), ne ha sicuramente di pratici. Per esempio, alcuni datori di lavoro richiedono l’attestazione per concedere permessi retribuiti ai dipendenti in caso di malattia del compagno; chi ha il proprio convivente in carcere può produrre l’attestazione per avere l’ autorizzazione per i colloqui. La famiglia anagrafica è inoltre riconosciuta per gli alloggi popolari e per i nidi. Gli attestati hanno validità semestrale e vengono rinnovati dal Comune di Livorno ogni volta che gli interessati ne hanno bisogno. Ad oggi, dal 2012, sono state rilasciate 41 attestazioni.   Al momento non posso dirvi più di questo, e nell’augurare a voi una positiva evoluzione della vostra vicenda, che forse, essendo io in scadenza del mio mandato non potrò vedere da sindaco, auspico, più in generale che il nostro Paese (e in questo la prossima Amministrazione livornese) sia in grado di muoversi sempre di più nella direzione della tutela dei diritti civili.

Ecco che cosa prevede la procedura disciplinata con atto del Sindaco del 12 marzo 2012.

1.1 . In primo luogo, “La dichiarazione della sussistenza di vincoli affettivi, valida agli effetti anagrafici per la costituzione di famiglia anagrafica, deve essere resa e sottoscritta davanti all’Ufficiale di Anagrafe dagli interessati, purché maggiorenni, riportando le indicazioni degli intestatari e le ragioni per le quali la stessa è formulata ai sensi dell’art. 4 del regolamento anagrafico”. Cioè si dovrà dichiarare di essere persone coabitanti in virtù di vincoli affettivi.
1.2 . In secondo luogo, “La coabitazione è condizione necessaria perché possa essere riconosciuta l’esistenza di vincoli affettivi. L’attestazione di famiglia anagrafica per vincoli affettivi cessa con il cessare della coabitazione”.
1.3 . In terzo luogo, “Le persone già risultanti all’anagrafe come conviventi e, quindi, costituenti un nucleo familiare, possono rendere un’esplicita dichiarazione circa l’esistenza di vincoli affettivi. Tale dichiarazione verrà annotata sulla scheda di famiglia”.
1.4 . Di seguito ancora, “Le persone già iscritte all’anagrafe e costituenti nuclei familiari disgiunti possono rendere la dichiarazione della sussistenza di vincoli affettivi valida agli effetti anagrafici ai fini dell’aggregazione in un’unica famiglia”. Inoltre “Al momento del cambio di residenza o di abitazione gli interessati possono sottoscrivere, alla presenza dell’ufficiale di Anagrafe, la richiesta di costituzione di nuova famiglia anagrafica dichiarando il legame affettivo che li unisce ai sensi dell’art. 4 del citato regolamento anagrafico”.
1.5 . A seguito di tali dichiarazioni, dopo aver accertato le condizioni previste in ordine al vincolo della coabitazione, l’Ufficiale di Anagrafe “emette l’attestazione di iscrizione nell’anagrafe della popolazione quale famiglia anagrafica costituita da persone coabitanti legate da vincoli affettivi”.
1.6 . L’attestato di famiglia anagrafica dovrà essere richiesto dalle sole persone interessate e ad esse sole consegnato. Tale attestato si colloca in aggiunta al normale certificato di stato di famiglia non essendo sostitutivo del medesimo.
1.7 . La validità dell’attestato è di sei mesi dalla data del rilascio.
1.8 . Agli attestati di famiglia anagrafica emessi in conformità a questa disciplina si applicano i diritti di segreteria e gli obblighi di legge inerenti il bollo, a seconda degli usi, in analogia con i normali certificati anagrafici

Ecco la richiesta accorata, ma anche lucida e analitica di Elisa:

Car* concittadin*, so che su questi asterischi avrò già perduto alcun* di voi. Eppure a voi mi rivolgo, indipendentemente dal genere o l’orientamento sessuale, la provenienza e la destinazione, e questi asterischi sanciscono proprio un mio desiderio di inclusione.
Sono nata a Livorno ed ho imparato e vissuto con alcun* di voi per i primi diciotto anni della mia vita, poi, appena ho potuto, sono fuggita da questa città – come forse condividerete – che non sente più, non capisce più, eppure strilla tanto.
Oggi, dopo anni di permanenza fuori da questo paese, di cui Livorno, gli Inglesi dicono, è il corno della gamba, torno per chiedere la trascrizione del mio matrimonio contratto in Germania in una bella giornata d’autunno dell’ottobre 2010. Mia moglie è ebrea, originaria della dissolta Unione Sovietica, e, per varie vicissitudini, porta in tasca un passaporto degli Stati Uniti, dove è cresciuta. Abbiamo vissuto assieme a Berlino per diversi anni, studiando filosofia ed amando le cose da fare, sempre le stesse, alla fine: lottare contro l’oppressione e la repressione, lottare per la giustizia sociale.
Non è un favore, che chiedo. È un mio diritto, cui esigo soddisfazione. Parole troppo forti? Forti sono gli insulti fra i quali ho dovuto districarmi per così tanti anni; sempre sopportare, tollerare, accettare infine – ma a distanza.
Benché potendo votare per le Europee anche nel paese di residenza, solo a Livorno mi è stata consegnata la scheda per le Amministrative, qui dove il libeccio mi riporta alla mia famiglia natale ed ai miei amici di sempre. Ho percepito questo come un voto importante. Adesso arriva il ballottaggio fra i candidati Marco Ruggeri e Filippo Nogarin. Chiedo loro, come primo atto da sindaco, la trascrizione del mio matrimonio queer, o, se preferite, gay. Vorrei ricevere davvero delle parole chiare su un tema che non può più aspettare.
Qualche giorno fa ho ascoltato una conversazione fra alcuni amici, dove si parlava della paura, della necessità di difendere la cultura italiana dall’arrivo e lo sbarco del nuovo, che spesso, e non casualmente, è povero. Non voglio distinguermi da queste realtà sociali. La lotta contro l’ingiustizia è una lotta comune, dai mille fronti, come quella di coloro che non han documenti o fogli (siano denaro o permessi di soggiorno). E la cultura italiana non va salvata per forza. Vi sono tradizioni italiane che invece occorre recuperare, ed alle volte è necessario sbriciolare la cultura generale per salvare queste tradizioni importanti che vi vibrano dentro e le persone – ben più che vecchie ideologie a cui nessuno crede più se non per paura.
Occorre saper distinguere chi ha raccolto la nobile povertà del nome da coloro che lo indossano in qualità di re e monarchi. I primi pregano, come, a loro modo, anche le Pussy Riot in chiesa, esclusi e reclusi come San Francesco dai poteri vigenti; gli ultimi, che non saranno i primi, dominano il mondo grazie alle parole e le pene altrui.
È precisamente in nome delle belle tradizioni italiane, di quelle anarchiche livornesi – e non in nome di un’utopia futura – che vi chiedo di avere la forza di trasformare i privilegi di alcun* in diritti di tutt*. L’utopia è una bella fantasia, ma quello che interessa a molt* di noi è la realtà, una realtà tanto impossibile a prima vista quanto invece fattibile con lavoro di cuore e di mano.
Ho trovato casa e spazio vitale a Berlino, una città che paradossalmente cerca di proteggersi dalla Germania come può. Ma la Germania, fra le tante brutte, ha anche saputo far del buono negli ultimi anni. La guerra e tempi bui forse conservano nel sasso una risposta a questo. Alcuni poeti hanno cercato di far parlare persino i sassi ed ascoltare la loro testimonianza. Ma i sassi, si sa, tacciono. Ma tanti, tanti nomi, come pietre, vengono commemorati nella memoria collettiva. Dovendo far i conti con tragedie e responsabilità immani del passato (benché ad occhi chiusi con molte di quelle del presente), la Germania ha affrontato con spirito più critico dell’Italia almeno certe ingiustizie sociali che separano gli uomini dalle donne e gli omosessuali dagli eterosessuali, del resto due fenomeni di esclusione ben connessi che si rafforzano a vicenda.
Quindi, a Berlino, la mia compagna ed io abbiamo potuto ottenere praticamente gli stessi diritti del matrimonio così come è conosciuto quello eterosessuale in Italia. A breve vivremo a New York, dove le leggi per i diritti LGBTI stan anche rapidamente mutando.
Da cittadina italiana e livornese, ho chiesto al Comune di Livorno la trascrizione del mio matrimonio. Spero non finisca nel cacciucco. Ho incontrato del resto una gran voglia di fare e cambiare le cose, sia forza che perseveranza ed una vera generosità nell’ufficio comunale dove ho bussato e dove mi hanno aperto la porta.
È vero, c’è tanta ingiustizia, oggi, è diversa da poco più di settanta anni fa, quando la discriminazione si è saputa confondere con l’annientamento assoluto più diretto, ma ce n’è comunque tanta, proprio come prima, burocratica, economica, forse più astuta, e ritengo sia nostro compito esigere tanti, tanti, ma davvero tanti cambiamenti. E quando siamo stanch* e stuf* di questa lotta, sarebbe bene ricordare che c’è sempre gente che non può permettersi di essere né stufa né stanca.
Grazie.

Elisa Santucci-Nitis

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