“People Care, rispettate il nostro lavoro di qualità”

La lettera di una lavoratrice del call center di Collesalvetti

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Lettera di una lavoratrice dell’azienda di Collesalvetti – Mi permetto di scrivere qualcosa in merito alla situazione di People Care, dove lavoro,  perché molte persone (la maggioranza) che ci stanno dimostrando solidarietà e comprensione volevano capire meglio i motivi della annunciata chiusura di un’azienda in attivo, cosa per i più ingiusta e poco comprensibile (Vertenza People Care. Leggi qui l’esito dell’incontro in Regione). Il settore dei call center in Italia è in ginocchio a causa dell’errata trasposizione dei contenuti della Direttiva Europea 2001/23 in materia di tutele dei diritti dei lavoratori. La perdita dei nostri posti di lavoro, poteva essere scongiurata grazie all’applicazione di questa norma di buon senso che prevede nella successione dei medesimi appalti che il nuovo fornitore rilevi il personale sociale del predecessore. In tutti gli altri Paesi europei, infatti la successione e il cambio di appalto è gestito attraverso tutele occupazionali, che nascono dalla direttiva, che tutelano i lavoratori, il loro salario e i loro diritti nel cambio di fornitore. Il mancato recepimento di questa normativa mette in ginocchio l’occupazione di tutto il settore dei call center. Se anche l’Italia si adeguasse a questa direttiva ad ogni cambio di appalto di commessa ci sarebbe la continuità lavorativa degli operatori (così come avviene in molti altri settori anche in Italia, dove al cambio d’appalto ad esempio di una impresa di pulizie i lavoratori rimangono gli stessi, cambiano semplicemente datore di lavoro). Le gare di appalto di questo settore vengono affidate al massimo ribasso, con base d’asta addirittura sotto il costo del lavoro (cioè si parte da una base d’asta con cifre che non bastano neanche a coprire salari e contributi previsti dal ccnl applicato al settore), il che vuol dire che chi vince la gara, siccome non è un’associazione di beneficienza, se deve pagare i lavoratori e avere un guadagno, tiene in Italia una piccola parte del lavoro e delocalizza l’altra parte della commessa in paesi dove il costo del lavoro è molto più basso.

Fra l’altro quando un utente italiano chiama un call center e fornisce dati sensibili, se risponde un operatore che sta fisicamente lavorando in Italia i dati sono tutelati secondo la vigente normativa italiana sulla privacy, ma se un utente italiano chiama un call center di un servizio italiano, di una azienda italiana e risponde un operatore che fisicamente non è in Italia, i dati sensibili vengono trattati secondo la normativa vigente nel paese dal quale l’operatore risponde (ripeto anche se chiamano un’azienda e un servizio italiano) che in alcuni casi tutela molto meno i dati sensibili che possono essere comunicati a terzi, inseriti in banche dati, ecc. Il Garante Privacy per ovviare a questo ha emanato un provvedimento e una circolare esplicativa che fra le altre cose prevede un’informativa preliminare da rendere ai cittadini circa il Paese estero in cui l’operatore è fisicamente collocato e – per le sole chiamate così dette inbound – l’adozione di un sistema che consenta, a chi ne faccia richiesta, di parlare con un operatore collocato in territorio nazionale. Cosa che nessuna azienda, nessun call center fa (provate a chiamare il nostro servizio e ditemi se vi avvertono o vi fanno scegliere se parlare con noi di Guasticce o con i nostri colleghi esteri?). Per le aziende che aprono call center nel sud Italia inoltre lo Stato ha previsto delle agevolazioni fiscali, ad esempio è lo stato a pagare i contributi dei lavoratori (e non l’azienda) per i primi tre anni; spesso (per non dire sempre) succede quindi che dopo tre anni il call center venga chiuso e i lavoratori mandati a casa; poiché per i lavoratori di questo settore non è prevista né cassa integrazione né mobilità, lo stato si trova a pagare per dieci mesi la“disoccupazione” a tutti i licenziati e nel contempo a pagare altri tre anni di contributi ai lavoratori che lavoreranno per la stessa azienda che ha appena licenziato i suoi i dipendenti (visto che erano passati i tre anni) e che nel frattempo ha aperto un altro call center a qualche km di distanza, ma sempre nel sud, per avere altri tre anni di agevolazioni per lo stesso lavoro. Tutto questo senza creare nemmeno un posto di lavoro in più. E’ conveniente questo per lo Stato e per noi cittadini che paghiamo?

Il mix di questi fattori porta a non valorizzare un settore come questo che è invece in costante crescita-  oggi i call center si chiamano per moltissime cose: l’Inps, i comuni, le asl, le assicurazioni, finanziarie, banche,  compagnie telefoniche, sky, assistenza di aziende, ecc. –  e che in altri paesi d’Europa è una parte importante dell’economia del paese. Nel nostro call center di Guasticce al momento si lavora solo la commessa Seat, con  diversi servizi, per la maggior parte inbound; questa commessa è in scadenza il 31 maggio. Se fosse applicata la direttiva europea noi non rischieremmo di perdere il lavoro, saremmo legati alla commessa e cambieremmo semplicemente datore di lavoro, come è successo 5 anni fa quando siamo passati da Telegate a People Care. Fino a pochi mesi fa Seat non era l’unico committente, venivano lavorate anche commesse Credem e Findomestic, con ottimi risultati. Queste due lavorazioni sono state portate a Torino nella casa madre di People Care, Contacta, lasciando a Guasticce solo quella in scadenza. Credem e Findomestic non sono state portate via per motivi di qualità, gli operatori di Guasticce hanno vinto più volte le gare con gli altri call center (cosa che invece non succede più da quando Findomestic è a Torino, con insoddisfazione del committente ).
Se Seat non rinnoverà la commessa, non sarà a causa dei lavoratori, che in nove anni hanno sempre lavorato con serietà e professionalità e con elevati livelli di qualità. Sì la qualità (quando parliamo di qualità lo facciamo con cognizione di causa) viene controllata dal committente, Seat fa centinaia di controlli al giorno sulla la qualità del servizio secondo diversi criteri. La qualità che Seat chiede è intorno al 70%, noi operatori di Guasticce superiamo spesso abbondantemente il 90% (noi operatori di Guasticce, non i nostri colleghi anch’essi dipendenti di People Care che rispondono dall’estero , che lavorano in piccola parte questa commessa). Difficilmente un operatore straniero può garantire lo stesso livello di qualità, sia per motivi linguistici sia per condizioni contrattuali/salariali. In un Paese come l’Italia in questo momento storico e con questo tasso di disoccupazione sarebbe importante non delocalizzare e non fare pagare allo stato (cioè ai cittadini) due volte.  Premesso che la maggior parte delle lavoratrici e dei lavoratori di People Care ha un alta scolarizzazione, la maggior parte di noi è laureata. Premesso che molti hanno maturato svariate esperienze lavorative, molti di noi anche all’estero (me compresa: lingue e letterature straniere -tedesco e inglese- diversi lavori all’estero tra cui importante agenzia di pubbliche relazioni settore high tech in Germania  facente parte di un grosso gruppo di agenzie pr internazionali – ho curato personalmente insieme al team di cui ero responsabile le pubbliche relazioni della Fujitzu Siemens  e della Serena Software nelle fiere di settore e ho redatto una proposta per il lancio sul mercato tedesco di una notissima marca italiana di mozzarelle; ho insegnato in diversi istituti superiori inglese tedesco e filosofia, traduttrice freelance  e ho fatto anche lavori come recapito posta e altro.
Mi sembra di essere abbastanza preparata (ma è vero si può e si deve sempre migliorare), quindi se avrò i soldi necessari seguirò il consiglio che ci hanno dato e frequenterò anche un bel corso d’inglese e di informatica. Premesso anche che molti di noi hanno famiglia e mutui da pagare (io stessa ho due figli piccoli e un mutuo sulla casa). Detto questo, ho imparato che OGNI LAVORO ONESTO è DEGNO di RISPETTO e OGNI LAVORATORE ONESTO che SVOLGE un LAVORO ONESTO, se pure un lavoro considerato da chi non lo fa, umile o poco dignitoso, è un LAVORATORE e soprattutto una PERSONA DEGNA diRISPETTO. Aggiungo poi che è un po’ datata e oserei dire anche superficiale la visione per cui il povero è povero per colpa sua, quindi non merita aiuto e il lavoratore che viene licenziato non merita solidarietà perché è senz’altro un incapace. Si può discutere sul fatto che debba lavorare solo chi ha grandi “meriti”.
Personalmente non sono d’accordo: il LAVORO è un DIRITTO fondamentale di TUTTI, anche dei meno dotati, che svolgeranno un lavoro a loro congeniale che i più dotati magari snobberanno, ma tutti, TUTTI, hanno diritto a lavorare, a mantenersi, a potere mantenere la propria famiglia. Se poi vogliamo parlare di merito, si dovrebbero analizzare le condizioni di partenza, si dovrebbero dare le stesse opportunità di partenza a tutti, perché chi è di famiglia ricca può studiare negli States, nei migliori college o dove più ha voglia, chi non ha soldi non ha le stesse possibilità. Andare via dalla propria città o dal proprio paese dovrebbe essere un’opportunità, una possibilità, una scelta MAI una necessità. Una città che muore non è un bene per nessuno, e quando qualcuno perde un diritto fondamentale un po’ si indeboliscono anche tutti gli altri. E  un tessuto sociale dove manca il lavoro e la solidarietà fra le persone è un territorio che diventa pericoloso, oltre che povero.

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