Un livornese alla “conquista” del Giappone: “Ho portato la mia pallavolo ad Osaka”

di rcampopiano

Anche noi abbiamo il nostro Zaccheroni. E se “Zac” allena la nazionale di calcio giapponese, lui allena il Suntory Sunbirds, squadra di pallavolo di Osaka, con la quale ha conquistato la Kurowashiki Cup ed è arrivato ad un passo dalla vittoria del campionato.
Stiamo parlando del livornese Paolo Montagnani che da un anno siede sulla panchina della squadra sponsorizzata dalla famosa azienda di bevande alcoliche. “Un’avventura affascinante” come lui stessa l’ha definita quando ieri, 19 luglio, è stato ospite della nostra redazione.
In Giappone Montagnani ha importato il suo modo di intendere questo sport, apportando modifiche sostanziali diventando il primo allenatore straniero a vincere un trofeo. Davvero una stagione straordinaria quella dell’allenatore che poco più di un anno fa è stato scelto per guidare la nazionale italiana per sei partite nella World League. Adesso, dopo una vacanza di un mese (“In Giappone si lavora tutto l’anno”) è pronto per tornare ad Osaka tentando nuovamente di vincere il campionato.

Montagnani, com’è stato questo primo anno in Giappone?
“E’ stata una bella esperienza di vita e di sport. Oltre all’allenatore ho avuto anche il compito di consulente con la possibilità di cambiare il modo di intendere la pallavolo. Ho apportato diverse modifiche come ad esempio la costruzione degli spogliatoi nella nostra palestra oppure l’assunzione di tre dottori e cinque fisioterapisti visto che al momento del mio arrivo c’era solo un massaggiatore che si occupava di tutto”.

Come mai ha scelto proprio il Giappone?
“Durante la mia esperienza a Padova ho allenato un giocatore giapponese, Yu Koshikawa e inoltre la Santoli voleva un allenatore straniero per la sua squadra. Adesso sono in trattativa per prolungare fino al 2016”.

Che differenze ci sono rispetto all’Italia?
“La più evidente è la mentalità: il giapponese è un tipo molto chiuso che comunica poco. La sua filosofia è quella del non creare onde. Il livello del campionato è medio: solo le prime squadre potrebbero fare la nostra A1 e in squadra c’è solo uno straniero”.

Lei è stato vicino anche alla nazionale giapponese.
“E’ vero. Fu indetto un concorso perché volevano un allenatore straniero. Io presentai un mio progetto a 360° su come ampliare questo sport, ma il posto fu assegnato all’americano Gary Sato (straniero per modo di dire visti i suoi tratti fisici e le sue origini giapponesi, ndr). Io però non demordo e ho già in mente un altro progetto per la nazionale”.

Com’è stato il passaggio da giocatore ad allenatore?
“E’ stato graduale. Negli ultimi due anni a Livorno ho fatto sia l’allenatore che il giocatore. È un ruolo che mi sono costruito piano piano. La pallavolo devi anche studiarla, non basta essere stati un buon atleta”.

Cosa vuol dire per un livornese giocare e allenare la squadra della sua città?
“E’ una sensazione bellissima, però avrei una critica da fare: la pallavolo a Livorno è finita perché a livello di comitato non c’è ricambio. Non si può dare la colpa alla crisi, ma al modo con il quale vengono spartite le risorse”.

Infine, la nazionale italiana di pallavolo dopo la generazione di fenomeni degli anni Novanta non è più riuscita a vincere un titolo mondiale, come mai?
“Nel 98’ si è chiuso un ciclo forse irripetibile e si è aperto quello del Brasile. Queste epoche fanno bene allo sport e danno un po’ di respiro a tutti. Per vincere le Olimpiadi ci vuole fortuna e una super squadra, ma anche arrivare a giocarsi le partite importanti può essere considerato un successo”.

 

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