Da San Jacopo in Acquaviva a Santiago di Compostela

viandanti livornesi tra luoghi ed architetture simbolo dei conflitti della contemporaneità

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Una sera della scorsa estate, in una pizzeria livornese presso piazza Repubblica, ascoltando la conversazione del tavolo a fianco, vengo a sapere  che l’Apostolo Giacomo, in viaggio verso la Spagna, si sarebbe fermato presso l’attuale luogo dove è poi sorta la Chiesa di San Jacopo in Acquaviva, per rinfrancarsi alla fonte di acqua dolce. Ne parliamo  con Paolo Diara, nostro babbo adottivo, appassionato di itinerari spirituali e culturali e legato al quartiere di San Jacopo da lunga tradizione, e con sua figlia Evelina, santjacopina di nascita, che ha fatto un erasmus proprio a Santiago e conosce la lingua e la cultura spagnola. Anche noi, un po’ guasconi e irriverenti, siamo vinti dalla suggestione della nostra chiesetta di San Jacopo in Acquaviva  e decidiamo di raccogliere la provocazione del cammino. La maglia che indossiamo, disegnata da Paolo Diara, reca infatti la scritta: sul fronte “Da (from) S. Jacopo in Acquaviva di Livorno” e sul retro “A (to) St. Iago di Compostela.”

Il luogo simboleggia l’accoglienza e il cammino, attraverso l’antico romitorio prima agostiniano, poi  dei Greci uniti, poi di nuovo degli Agostiniani, nelle alterne vicende che le influenze dei Medici e la volontà di controllare il territorio e le sue manifestazioni spirituali hanno impresso. La presenza di acqua dolce, verosimilmente per le acque del Riomaggiore, rendeva il luogo un’oasi e un rifugio sicuro, soprattutto quando le zone attorno erano paludose e salmastre. La prima chiesa di San Jacopo, che vide i pellegrini imbarcarsi per la Spagna, viene edificata sullo scoglio vivo con la facciata rivolta verso il mare e si dice godesse di una sorgente a lato dell’altare.    Come ci racconta il babbo, il luogo è ricordato anche per le vicende storiche e civili.

In prossimità della Chiesa, nel dicembre del 1952, la Grommet Reefer, una nave frigorifera americana che riforniva le truppe di Camp Darby di alimenti per le festività natalizie, viene nottetempo sbattuta sullo scoglio del sale e si spezza in due parti. Quasi tutti i marinai verranno salvati mediante una teleferica ma il carico di alimenti finisce in mare. Le autorità sanitarie diramano il divieto di raccolta sul viale Italia ma i livornesi, accorsi in massa vicino alla foce del Riomaggiore, dove il libeccio aveva ammassato i rifornimenti, raccolgono le provviste per festeggiare un Natale meno povero e “tirare su moneta” vendendo i  prodotti negli spacci locali, tempestivamente riforniti di burro di arachidi e bacon.

Il cammino, i luoghi, le architetture

Indossiamo la nostra maglia, ci dotiamo della nostra conchiglia e, dall’aeroporto Galilei di Pisa,partiamo per la SpagnaArriviamo a  Girona a tarda sera.  Dopo una rapida e avventurosa corsa in taxi attraverso strade solitarie,  arriviamo alla nostra locanda, situata di fronte al mercato cittadino, dove al mattino  faremo colazione, insieme alle massaie locali, tra frutta, verdura e spezie di ogni genere. Ci sentiamo un pò a casa, nel nostro bel mercato di Piazza Cavallotti.

La città di Girona – come scopriremo subito dopo – rappresenta il luogo di confine tra territori diversi. La fondazione romana come città militare fortificata  ha definito per sempre la sua identità: nel caso di Girona si può dire che la geografia ha generato la forma e la funzione urbana.  I romani edificarono le mura per difendersi dalle incursioni germaniche; i cristiani se ne servirono per prevalere sugli arabi; i musulmani per imporsi sui cristiani; i  Franchi di Carlo Magno contro l’Islam. Oggi è una delle città spagnole con la più alta qualità di vita e rappresenta ancora – a mio avviso – la continuità storica della forma urbana come funzione strategica e difensiva attraverso la contaminazione tra le culture che l’hanno dominata, conservando e riaffermando sempre la sua originaria identità territoriale di luogo di difesa e di margine di contatto tra popoli e culture diverse, con una straordinaria capacità di rinnovamento e riuso delle infrastrutture urbane storiche. Il giorno successivo, in treno, andiamo a visitare la casa museo di Dalì a Figueres. Durante la guerra civile spagnola il teatro di Figueres era stato distrutto. Il Sindaco della città propone all’artista di ricostruirlo come museo, a partire dal 1960. Dalì utilizza l’architettura e gli allestimenti per realizzare un castello dei sogni dell’età moderna, dove le mura sono decorate di rosette di pane e i torrioni sostengono grandi uova fuori misura. Il teatro è il cuore della complessa macchina scenica, chiuso da una cupola geodetica in vetro, reticolare e poliedrica.

I mobili del salotto, osservati da un determinato punto di vista, che raggiungiamo dopo una lunga attesa, sembrano riprodurre la faccia dell’attrice Mae West.

La libertà di espressione e la contaminazione suggeriscono la dimensione onirica: una sorta di fiaba, di grotta o di grembo materno, allusiva al mondo femminile di Gala, con le oscure metamorfosi spettrali tra la vita e la morte: tutto è contaminato dalla visione surreale della realtà che ci sottrae alle rappresentazioni univoche ed accademiche. Il luogo rappresenta la rinascita dopo la distruzione bellica in forma di spazio della suggestione, del sogno e della interiorità che supera la visione tradizionale codificata e convenzionale attraverso l’invenzione e la provocazione continua.

Lasciata Figueres e Girona, raggiungiamo in treno Barcellona per vedere il monumento più visitato di Spagna: si tratta della Sagrada Familia.  La grandiosa cattedrale in costruzione, ideata da Antoni Gaudì,   rappresenta – a mio avviso – la discontinuità e la giustapposizione. Il cantiere  testimonia  la impraticabilità di un ordine architettonico codificato e riproducibile, che possa assicurare unitarietà di esecuzione, come accadeva per l’architettura romanica e gotica, che  tendeva ad annullare le individualità artistiche nella dimensione collettiva dell’opera. La Sagrada Familia è la cattedrale di Gaudì e rappresenta l’opera incompiuta dell’artista. La facciata della Natività, realizzata personalmente da Gaudì, si presenta come una potente visione dove tutti gli elementi, architettonici e decorativi, sono compenetrati nel grandioso slancio celebrativo. La sfida di Gaudì è evidente se pensiamo che la torre della Sagrada Familia dedicata, a Gesù Cristo, è alta 170 metri, frutto delle ardite soluzioni tecniche sperimentate dall’artista, mentre la Basilica romana di San Pietro arriva a 133 metri. Il completamento odierno della cattedrale, al di là della coerenza complessiva, non riesce ad esprimere la stessa tensione ideale nell’organizzazione plastica della macchina architettonica. Nondimeno, moltitudini umane in mezzo al traffico e ai distributori di volantini pubblicitari, guardano le guglie e partecipano alla grande creazione, sfida di un popolo che, solo con le proprie forze, vuole comunque costruire il simbolo della propria identità.

Da Barcellona raggiungiamo in aereo la Coruna per fare il tratto di cammino verso Santiago.
All’aeroporto di Santiago alcuni pellegrini ci fanno dono dei loro bastoni da viaggio che non possono imbarcare. Ci sentiamo parte di un grande flusso ininterrotto di uomini che, ciascuno per le proprie motivazioni personali, compie ininterrottamente da secoli questo itinerario. Per il nostro piccolo gruppo di viandanti, il cammino si è organizzato in forma di itinerario culturale e spirituale, per ripetere un percorso lungo il quale tanta umanità si è spesa, perché la verità – di cui alla fine ci siamo resi conto – è che l’importanza del cammino non è rappresentata tanto dalla meta che si raggiunge ma è insita nel fare il cammino stesso. L’indomani percorriamo a piedi circa venti chilometri, sotto una pioggia leggera e continua, ascoltando ciascuno la propria interiorità. Io penso alla Mamma e a tutte le persone che avrei voluto portare con me. Lungo il percorso depositiamo le nostre bacchette da viaggio nella recinzione che delimita il tracciato, incastrandole a formare una croce perché altri pellegrini le raccolgano  e le riutilizzino, secondo il mandato ricevuto da chi ce le aveva donate.

Nel primo pomeriggio, arrivati a Santiago, ci dirigiamo verso la cattedrale. Il luogo è il simbolo per eccellenza del cammino di tutte le culture ma anche dei conflitti della cristianità. La base mitica e le origini delle percorrenze compostelane sono verosimilmente plurimillenarie (celtiche, megalitiche, arabe, orientali, a seconda delle diverse ricostruzioni). L’origine jacobea è probabilmente dovuta al contributo dei benedettini e dei templari in età medievale, col sostegno del potere asturiano, francese e romano.

La leggenda vuole che l’apostolo Giacomo, dopo molti anni di evangelizzazione in Spagna, tornato in Palestina, viene fatto decapitare da Erode Agrippa. I suoi discepoli ne raccolgono il corpo, lo trasportano segretamente nei luoghi della sua predicazione e lo seppelliscono.  Se ne perdono le tracce fin quando una pioggia di stelle segnala ad un eremita la sua tomba (campus stellae). Viene allora costruita una piccola chiesa sul luogo del sepolcro, poi ampliata ed arricchita,  mentre attorno sorge la città di Santiago.

Saliamo la scalinata barocca ed entriamo all’interno della cattedrale. Rimaniamo colpiti dal “Portico della Gloria”, situato dopo l’ingresso, opera del Maestro Mateo. Il portico ci impressiona per la folla e la vivacità delle figure scolpite nella pietra. Nella parte alta dell’apertura centrale, dedicata alla gloria di Cristo, è rappresentato il popolo di Israele a sinistra e  il popolo cristiano a destra: il Cristo Pantocratore è un Cristo umano ed ecumenico con il suo popolo (F. Carbò). Il maestro è riuscito, a mio avviso,  a lasciar trasparire l’ecumenismo dell’accoglienza e della speranza. La cattedrale è la chiesa di tutti i popoli e di tutte le culture che si riconoscono nel cammino.
La Capela Maior è il cuore dell’interno della cattedrale: salendo la scala situata dietro l’altare arriviamo ad abbracciare la statua e baciare il mantello del Santo mentre un prelato, con lo sguardo fisso nel vuoto, sorveglia il pellegrinaggio. Il giorno seguente, prima di lasciare Santiago, andiamo al mercato cittadino, costruito agli inizi del ‘900, dove alcuni negozi chiusi con gli avvisi di vendita e i contadini con le loro semplici mercanzie ci ricordano  la difficoltà della vita anche all’ombra della cattedrale, in mezzo ai souvenir e ai tanti turisti che affollano le vie del centro cittadino.

Proseguiamo il cammino per raggiungere Finisterre. Ci sorprende una intensa grandinata e gli abitanti delle case lungo il percorso ci aprono i portoni per offrirci riparo. La pioggia ci sembra una piccola penitenza riservata  a noi che alle ragioni spirituali abbiamo unito quelle culturali e personali. Arrivati a Finisterre, sul termine del Km O, sotto il faro, lasciamo le nostre piccole conchiglie per suggellare la fine del percorso. L’itinerario che ci riporta a Livorno passa attraverso Avila, città natale di Santa Teresa, patrimonio mondiale dell’Unesco, Salamanca con le sue architetture neo rinascimentali e platereschee Madrid-Barajas, dove pernottiamoprima di rientrare.

Un pensiero a posteriori
Nel progettare l’itinerario, pensavo che il cammino sarebbe stato un tragitto divertente per raggiungere la meta. Devo dire invece  che, in modo inaspettato, l’itinerario stesso ed i luoghi attraversati hanno prodotto il significato ed il valore di questo viaggio e suggerito riflessioni sulla nostra condizione esistenziale di viandanti tra culture diverse che si sedimentano sul territorio e lasciano trasparire discontinuità e contaminazioni. E’ importante cogliere ed elaborare le relazioni ed i legami, le contaminazioni ed i conflitti, le continuità  e discontinuità del percorso stesso e riflettere sulle maglie sciolte della rete che ci stringe. Il percorso non è mai univoco e la lettura non può essere semplificata. La continuità con la tradizione e con l’ordine classico supporta luoghi  simbolo delle identità locali, come evidentemente nel caso di Girona, Avila, Salamanca, Santiago. La discontinuità e la contrapposizione genera  luoghi simbolo di contaminazione e trasgressione, come nel caso di Figueres (Casa museo Dalì), della Sagrada Familia di Gaudì o come nel caso di Bilbao (Museo di arte moderna) che, nostro malgrado, abbiamo dovuto rinviare ad un successivo viaggio.

Talora invece – come ad esempio per le architetture aeroportuali e ferroviarie – sembra che la specializzazione funzionale e tecnica abbia generato una riduzione dell’universo culturale e simbolico fino a compromettere la funzionalità.

Il nucleo di Barajas e il suo aeroporto, ad esempio, realizzano obiettivi contingenti legati alle rapide trasformazioni della città globalizzata, che accelera il cambiamento, soprattutto nelle aree periferiche. La prevalenza della funzione e la rapidità e frammentazione degli interventi rendono incerta la riconoscibilità  e la percezione dei luoghi e determinano una sorta di spaesamento. L’uomo contemporaneo e la sua architettura, senza una propria autentica dimensione culturale e identitaria, è un gigante con i piedi di argilla e la sola produzione industriale del mercato, svincolata dalla visione umana e dalle matrici culturali, non può risultare sufficiente a sottrarlo alla sua condizione di esule spaesato.
La condizione esistenziale di viandante dell’uomo post moderno – spesso esule antieroico e solitario – acquista allora valore se rinuncia alla semplificazione convenzionale, ufficiale e codificata, e si arricchisce piuttosto della contaminazione e della complessità dei conflitti culturali che la attraversano, radice essa stessa della sua nuova identità.

Livorno, 25 luglio 2014, San Giacomo Apostolo, Festa del Quartiere di San Jacopo

Maurizio Comparato
(prima parte e paragrafi relativi a Livorno, Figueres, Muros, Finisterre)

Paolo Francalacci
(conclusioni e note relative a Girona, Barcellona, Santiago, Avila, Salamanca)

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