Don Placido festeggia il suo “decennale”

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di Roberto Olivato

Sono passati ormai dieci anni da quando il 31 maggio del 2004 l’allora vescovo di Livorno Diego Coletti, assegnava a don Placido Bevinetto, la guida della Cappellania diocesana nell’ospedale livornese. Anche se passata un po’ in sordina, questa ricorrenza assume una particolare rilevanza per il ruolo o meglio, i ruoli che si trova a rivestire il Cappellano dell’ospedale nell’assistenza religiosa: umano, sociale, spirituale. Presenza vissuta fra le corsie ad alleviare il dolore, ma che ha anche permesso, in tutti questi anni, di garantire la celebrazione eucaristica non solo per le persone ricoverate ed i loro parenti, ma anche per molti fedeli di parrocchie limitrofe che alla chiesetta di San Giuseppe dell’ospedale, sono affezionati e che da anni domenicalmente si ritrovano nella navata illuminata dalle luci policrome delle sue vetrate. Don Placido un bell’anniversario quello che lei ha festeggiato un po’ in sordina. “ Il non aver reclamizzato questo compleanno è stato per rispetto al luogo di sofferenza rappresentato dal nosocomio “. Dieci anni sono molti, che esperienze ha vissuto ? “Innanzitutto ho imparato ad ascoltare, cosa importante quando si lavora con ammalati, perché ognuno desidera far conoscere la propria sofferenza, la propria ansia, stati d’animo molte volte inascoltati dagli ospedalieri, perché affaccendati in altri problemi. Il sacerdote invece è lì proprio per quello. Per ascoltare prima di tutto e per rincuorare.” Vi sono altri religiosi all’interno della struttura ospedaliera? Assolutamente si, vi sono i due diaconi permanenti: Paolo Bencreati e Massimo Bartolini, oltre alle suore Cottolenghine”. Che differenza c’è fra l’essere parroco della chiesa della Madonna e Cappellano della Chiesetta dell’ospedale ? “ Quale pastore di anime non vi è nessuna differenza, perché il gregge è gregge e con lui bisogna stare, come ricordato da papa Francesco. La corsia ospedaliera offre però il contatto diretto con il dolore e quindi una maggiore vicinanza a nostro Signore, che però non tutti accettano “. Cosa intende? “ quando ad esempio entro nel reparto di oncologia, molti ammalati nonostante i referti medici, non accettano la verità ed alcuni vedono nel sacerdote una figura negativa.” Se questa è la sensazione che gli ammalati provano per lei, perché non chiede i essere destinato ad altro? “ Il reparto oncologico è una situazione particolare, ma non troverei in nessun altro luogo al di fuori dell’ospedale, l’appagamento alle motivazioni della mia scelta vocazionale. Il contatto quotidiano con l’ammalato, il riuscire ad alleviare le sue ansie con una parola evangelica, ricevendo anche solo un sorriso, mi appaga perché vedo che in quel momento la parola di Dio ha fatto breccia nel suo cuore, sia esso un cattolico, un ortodosso o di qualsiasi altra religione, perché nella sofferenza è presente solo e sempre nostro Signore. “

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