I diritti dei lavoratori sacrificati pur di tenere vive le aziende

Prendiamo spunto dalla lettera firmata “moglie dipendente Trelleborg” della quale condividiamo lo spirito e i contenuti, per fare una riflessione. Forse la riflessione che faremo sarà dura a sprazzi rude ma vuole essere la più onesta o sincera possibile. In questi anni ci giochiamo molto il futuro delle nostre comunità e dei nostri figli oggi viviamo un conflitto pesante tra “ l’essere umano” e “il mercato” che porta all’assurdità che spesso una macchina, un capannone ha più diritti di un lavoratore e della sua famiglia, e spesso anche più valore. Oggi è più semplice licenziare e quindi “cambiare “ la vita di donne, uomini e bambini, che assumersi la responsabilità di salvare quel poco di industria che è rimasta nel nostro paese, magari speculando su marchi, capannoni, macchinari, appalti .

E’ più semplice per due ragioni:

• la prima moltissime aziende ormai seguono logiche finanziarie e mi riferisco soprattutto alle grandi aziende strutturate spesso multinazionali;

• la seconda che i manager di queste aziende spesso non sono legati al territorio ma sono ormai una sorta di pedine globalizzate che girano il mondo con lo scopo di eseguire gli ordini che provengono da luoghi spesso inarrivabili.

 

Questi due aspetti legati insieme ad una assenza di governo nazionale e locale dell’economia, creano un conflitto tra lavoro e finanza, che distrugge non solo il lavoro nelle aziende ma anche dell’indotto cioè dei piccoli imprenditori spesso legati al territorio. L’obbiettivo è chiaro ormai a tutti noi, a questo processo abbiamo dato il nome di “lavatrice dei diritti” ovvero una sorta di competizione basata solo sul costo del lavoro, che colpisce, mette in conflitto tra di loro i lavoratori, sia quelli della stessa azienda, sia i lavoratori dell’indotto con quelli dell’azienda principale spesso creando lavoratori di serie a,b e c. E in mezzo a questo gioco perverso ci sono le persone con le loro famiglie. Noi non crediamo che si possa uscire da questa situazione pensando ognuno per se, non può combattere una Guerra ognuno chiuso dentro i propri gusci con il rapporto diretto lavoratore azienda giocando tutto sul “o si fa cosi o si chiude l’azienda”. Qui c’e’ in gioco molto del nostro futuro, tutta la comunità si deve prendere per mano, bisogna far capire che il problema di una persona è il problema di tutti, bisogna uscire da una logica individualista e insieme con la partecipazione, dandoci la mano, si può uscire da questo dramma chiamato crisi. Il nostro paese ha ormai da anni abbandonato la logica industriale di uno sviluppo mirato al miglioramento delle condizioni economiche del paese, puntando tutto su una competizione nella quale spesso si è preferito massimizzare i profitti abbandonando lo sviluppo di nuove tecnologie e di nuovi e più efficienti siti industriali a scapito dei diritti della dignità, un paese che non è coeso non è un paese civile. Oggi i danni di questa politica miope stanno venendo tutti al pettine, sul nostro territorio abbiamo molte realtà che sono in questa situazione, dove si preferisce speculare sul prodotto magari costruendolo in altri paesi, ma potremo parlare di realtà dove da anni si consuma un lavaggio sistemico dei diritti, passando per i siti di produzione di energia elettrica mai convertiti e in fase di chiusura e di smantellamento e all’industria chimica dove ormai i grandi investimenti si perdono nella notte dei tempi costringendo i lavoratori a sacrifici, pur di tener vive le aziende, magari costringendoli ad andare in conflitto con le popolazioni sui temi ambientali.
Spesso in alcuni settori il conflitto tra finanza e lavoro ha un elemento in più di criticità ovvero il fattore ambientale; con l’aggravante che non si sta investendo in nuove tecnologie ma ancora operiamo su impianti spesso obsoleti, oppure su strutture nelle quali occorreva un forte intervento pubblico per cercare la riconversione dei siti produttivi.  Tutto questo ha un costo enorme per la società, perchè è più comodo ridurre il personale attivando procedure di mobilità (costi collettivi) ed investire all’estero che mantenere i dipendenti e avviare un nuovo processo, con l’aiuto dello STATO, di riconversione e innovazione industriale. Una cosa è certa la rincorsa all’abbattimento dei diritto porterà sicuramente nel breve periodo ad un miglioramento economico di alcune aziende , ma ci renderà tutti più poveri , tutti più precari e senza una speranza per il futuro.
Oggi i lavoratori ed i cittadini non chiedono la luna, chiedono semplicemente DIGNITA’, DIRITTI, DEMOCRAZIA e DOVERI, perchè senza diritti non ci sono doveri, senza democrazia non ci sono doveri e soprattutto senza dignità non esiste la coesione sociale di una nazione e soprattutto di essere utili alla comunità con il proprio LAVORO.

Musto Fabrizio e Zannotti Fabrizio Filctem Cgil

 

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2 commenti

 
  1. # Marco A.

    Che amarezza nel leggere le vostre parole. Mi viene da chiedervi se avete mai lavorato in fabbrica. La situazione è molto più semplice: le aziende hanno avuto, negli ultimi 25 anni, una strategia chiarissima. Gli è bastato “inbuonirsi” i sindacati, a partire dalle rsu aziendali fino ad arrivare ai vertici. Tutto qui.

  2. # Lavoratore

    Ottimo intervento, l’individualismo non porta da nessuna parte tenete duro nelle vertenze che avete in corso con la speranza che la cittá reagisca per difendere il lavoro.

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